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Il messaggio delle urne americane

 
17
novembre
2012
05:00
Alfonso Tuor

di ALFONSO TUOR - Le recenti elezioni statunitensi hanno inviato un messaggio più chiaro di quanto molti osservatori hanno sottolineato. Si può azzardare l’ipotesi che abbiano sancito anche a livello politico la fine dell’era liberista. Infatti, diversamente da quattro anni fa quando la vittoria di Obama fu favorita dal rifiuto delle guerre di Bush, dalla crisi finanziaria che raggiunse il culmine poche settimane prima del voto e dalla voglia di cambiamento, l’appuntamento elettorale dello scorso 6 novembre è stato molto meno condizionato da eventi straordinari e quindi frutto di preferenze molto più meditate. Anzi, come è stato più volte sottolineato, la fragile ripresa economica e l’alto livello della disoccupazione avrebbero dovuto giocare contro il presidente uscente. 
La battaglia elettorale si è incentrata attorno ad alcuni temi centrali. Il primo tema ha riguardato il ruolo dello Stato e, quindi, se il suo ridimensionamento potesse favorire una sana e duratura ripresa dell’economia americana. La risposta è apparsa chiara: la maggioranza degli elettori non vuole meno Stato, ma uno Stato più efficiente, archiviando la famosa battuta di Ronald Reagan, secondo cui «lo Stato non è la soluzione, ma il problema». L’uragano Sandy ha reso ancora più palese questo messaggio, mettendo in evidenza il ruolo della protezione civile e dell’azione collettiva per rispondere alle emergenze. Il secondo tema ha riguardato la riduzione del disavanzo federale ed anche la crescente diseguaglianza dei redditi. Anche in questo caso l’elettorato americano ha risposto in modo chiaro. Il risanamento dei conti pubblici non può essere perseguito solo e tanto limando le prestazioni dello Stato sociale, ma chiedendo un contributo maggiore agli strati sociali più favoriti. Barack Obama ha insistito su questo tasto a tal punto che non vi potrà essere un accordo con i repubblicani per evitare il cosiddetto «fiscal cliff» (ossia il burrone fiscale), previsto per la fine di quest’anno, senza un aumento delle aliquote per gli americani che hanno un reddito superiore ai 250 mila dollari. Questo messaggio è stato reso ancor più forte dal voto dei cittadini della California sulla Proposta 30, che proponeva un aumento delle imposte per sovvenzionare le scuole e altri servizi sociali. Proprio nello Stato da dove era partita la cosiddetta rivolta fiscale la maggioranza degli elettori si è pronunciata a favore di un aumento della pressione fiscale. Il terzo tema del confronto elettorale, che ha determinato il voto di alcuni Stati in bilico, come l’Ohio, è stato il salvataggio di General Motors e Chrysler. Anche in questo caso il pacchetto di aiuti varato dall’amministrazione Obama è stato confortato dal voto. Queste indicazioni inducono a ritenere che la crisi economica ha provocato un cambiamento degli orientamenti politici della maggioranza degli americani.
Queste ipotesi vengono rafforzate anche da un’analisi più dettagliata del voto, dalla quale sembra emergere che Barack Obama non abbia puntato su un messaggio generale valido per tutti, ma abbia sostenuto un programma che era la sommatoria delle aspettative di diverse componenti dell’elettorato. Quindi ha parlato di provvedimenti volti a sollevare gli studenti dagli enormi debiti che hanno accumulato per proseguire gli studi, di difesa delle prestazioni pensionistiche e sanitarie per i pensionati, di facilitazioni per le minoranze, eccetera. In pratica, un programma che rispondeva alle esigenze degli svantaggiati e alle paure della classe media. E infatti l’analisi del voto fornisce l’impressione che le scelte degli elettori siano in gran parte dipese dalle loro condizioni sociali ed economiche.
Insomma, gli elettori americani hanno inviato un messaggio chiaro che sicuramente si farà sentire anche a livello internazionale. Il grande problema è ora vedere se Obama riuscirà a soddisfare queste aspettative. I dubbi sono legittimi, anche perché il presidente americano continua a non avere un programma economico chiaro per far uscire veramente gli Stati Uniti dalla crisi e quindi avere le risorse indispensabili per realizzare i suoi programmi.

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