

di GIANCARLO DILLENA - Le cure dimagranti sono sempre difficili, faticose e fanno soffrire. In misura tanto maggiore quanto più il peso raggiunto è importante e il tempo in cui lo si è lasciato crescere è stato lungo. Di non esagerare, di controllare la dieta, se ne è magari parlato spesso. Ma poi le abitudini consolidate, le ghiotte opportunità, le sollecitazioni provenienti da una parte e dall’altra hanno regolarmente prevalso. Col risultato che quando, bruscamente, arriva il segnale che a repentaglio è la salute, si deve correre ai ripari con drastiche misure d’emergenza. E sono dolori.
La parabola della SRG SSR idée suisse ha seguito puntualmente questo cammino. Alimentata di volta in volta dall’argomento dello sviluppo tecnologico, dell’accresciuta concorrenza internazionale, delle nuove esigenze della «audience», degli equilibri confederali e soprattutto della «missione di servizio pubblico» (intesa nella sua accezione più ampia possibile, fino a diventare a volte uno slogan-giustificazione onnicomprensivo). E il mondo politico, talvolta critico verso questa o quell’emissione, sull’insieme è stato per lo più a guardare. O meglio, a cercare di trarne il miglior profitto, in termini di visibilità, di lottizzazione e quant’altro. Col risultato che il peso della struttura, in termini finanziari, ma anche politici, è continuamente cresciuto. E oggi che le risorse si fanno scarse, ci ritroviamo con un problema parimenti grosso e pesante. Molto pesante.
Nel settore privato, a questo punto, calerebbe inesorabile la mannaia dei tagli e a soffrirne sarebbero essenzialmente quanti lavorano all’interno della struttura, tra riduzione dei posti di lavoro e dei salari di chi resta. Nel settore pubblico il conflitto si presenterebbe in chiave squisitamente politica, tra tagli alle spese e richieste di aumento della pressione fiscale. Nel para-pubblico, com’è il caso della SRG SSR idée suisse, la situazione è più sfumata. C’è il mandato istituzionale, con le sue possibili, diverse interpretazioni; ci sono i dipendenti, con le loro potenti e sempre attive organizzazioni sindacali; ci sono i contribuenti, chiamati a versare il canone all’ente sulla base di una logica fiscale (e non di ciò che effettivamente consumano); e c’è il mercato pubblicitario, sul quale l’ente opera, pur con certe limitazioni, come un’azienda privata. In questa situazione ibrida il pericolo è che la sofferenza per la cura dimagrante sia distribuita in modo discutibile, tenendo conto non tanto dell’equità, della diversa posizione degli attori, dello scenario complessivo della crisi, ma piuttosto della gestibilità dei contraccolpi.
In questo senso sarebbe ingiusto far pagare la fattura solo al personale, magari con tagli lineari che non tengano conto della reale priorità e qualità dei diversi programmi, nell’ottica di un servizio pubblico veramete essenziale. Ma quanto è giusto ricaricare ad esempio una parte degli oneri sulle spalle di una fascia di utenti particolarmente debole, soprattutto in questo momento, quali sono i pensionati? E quanto è lecito estendere le possibilità, per un ente parastatale che già beneficia del canone, di drenare ulteriore pubblicità (magari giocando su tariffe stracciate) su un mercato già in crisi, che minaccia direttamente la pluralità dell’informazione assicurata dalla stampa scritta? Per non parlare della scelta di disimpegnarsi nel sostegno a strutture culturali fondamentali (quali il coro della RSI e l’Orchestra della Svizzera italiana), puntando invece su una programmazione commerciale volta a fare audience quantitativa, ma che con la sempre conclamata missione di «service public» ha ben poco a che vedere.
Il compito della dirigenza SRG SSR idée suisse - e del Consiglio federale, suo primo interlocutore - è tutt’altro che facile, ne siamo consapevoli. È un esercizio di equilibrio assai difficile e comunque doloroso. Ma che va ponderato molto attentamente. Tenendo conto fin in fondo delle esigenze e degli interessi di tutte le parti coinvolte. Cioè del Paese intero. Non solo, o soprattutto, di chi strepita più forte e più vicino alle loro orecchie.
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