Cerca
Economia sterile senza etica
La nuova enciclica del Papa, "Caritas in Veritate"
8 lug 2009 05:00 | Commenti CdT / Commento
Articolo visitato 769 volte

di MARIO TETTAMANTI - Sorprendente. È forse questo l’aggettivo che meglio si adatta alla terza enciclica di Papa Benedetto XVI, dedicata all’economia – «Caritas in Veritate» – presentata ieri in Vaticano (ne parliamo nel Corriere del Ticino di oggi a pagina 3). Stupisce, prima di tutto, la concretezza delle proposte di fronte alla crisi dell’economia globalizzata. Ratzinger, in altre parole, scende dagli scranni della teoria e cerca di calare nel mondo reale la sua teologia. Ma sorprende, anche, l’afflato utopistico del documento, come rileva, nel Primo Piano, il vaticanista Giancarlo Zizola.

Occuparsi prevalentemente di economia invece che di filosofia e di teologia non impedisce di recepire il messaggio, per certi versi molto puntuale, sulle questioni che sono oggi al centro del dibattito sulle responsabilità e le conseguenze della crisi finanziaria ed economica.
L’enciclica, almeno la parte dedicata a questo tema, assume il significato di un vero decalogo dedicato a politici, economisti, imprenditori e banchieri. Un appello, quello del Papa, che tocca il centro del problema venuto alla luce in questi ultimi mesi con la crisi generata dalla finanza e ora entrata a piè pari nell’economia reale.
Ratzinger parla della crisi economica, sprona i cittadini a reagire con fiducia e chiede agli Stati di impegnarsi nella ricerca di nuove regole. Non solo: oltre alla definizione di nuove norme di comportamento di ordine tecnico, l’enciclica, più in generale, afferma che «vi è l’assoluta necessità da parte dei politici di spronare a un rinnovamento culturale e alla riscoperta di valori di fondo su cui costruire un futuro migliore». L’attuale crisi deve dunque diventare occasione di discernimento e di nuova progettualità.
Della disoccupazione, conseguenza della crisi, che le impietose statistiche fanno diventare uno dei problemi di questo inizio di millennio, il Papa parla nel capitolo sulla mobilità e sul precariato. Pur accettando il principio della deregolamentazione dei mercati, l’accento vien posto sugli aspetti negativi che lo stesso fenomeno ha generato, come le incertezze sul futuro delle famiglie, le forme di instabilità economica e psicologica che stanno creando sia nei Paesi in via di sviluppo sia (causa la crisi) in quelli occidentali forme di degrado umano e sociale.
La libertà di mercato è giudicata positiva, ma solo se accompagnata pari passo da forme di solidarietà e di fiducia. Da qui l’importanza dell’equità distributiva e sociale: «Il mercato lasciato al solo principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati non riesce a produrre quella coesione sociale di cui ha bisogno. Senza questi presupposti il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica».
Non poteva mancare il ruolo dello Stato che, secondo l’enciclica, è destinato a crescere, riacquistando molte delle sue competenze: «Ragioni di saggezza e di prudenza suggeriscono di non proclamare troppo affrettatamente la fine dello Stato».
Il messaggio del Papa diventa particolarmente puntuale  quando si rivolge agli imprenditori e ai banchieri. Vecchie e sane modalità della vita imprenditoriale – si legge – vengono oggi purtroppo meno. Ad esempio uno dei rischi maggiori è che l’impresa risponda quasi unicamente a chi investe senza tenere conto di chi lavora, ma così finisce per ridurre la sua valenza sociale. E ancora: a causa della crescita delle loro dimensioni e al bisogno di capitali, le aziende fanno capo sempre di meno a un imprenditore stabile che si senta responsabile a lungo termine della vita e dei risultati della sua azienda, sempre meno dipendente da un territorio. La delocalizzazione delle attività produttive (alla spasmodica ricerca di economie di scala) attenua nell’imprenditore il senso di responsabilità nei confronti dei portatori d’interessi, quali i lavoratori, fornitori e consumatori, l’ambiente naturale e la più ampia società circostante.
Colpo di frusta anche alla finanza che, appiattita sul breve termine, ha funzionato male. Una finanza che, mal utilizzata, ha fortemente danneggiato l’economia reale e che – secondo l’enciclica – «deve assolutamente ritornare ad essere uno strumento finalizzato alla migliore produzione di ricchezza  e di sviluppo». Gli operatori della finanza devono riscoprire il fondamento etico delle proprie attività per non abusare di quegli strumenti sofisticati che possono servire per tradire i risparmiatori. Retta intenzione, trasparenza e ricerca di buoni risultati sono compatibili e non devono mai essere disgiunti.
Quando tocca questi argomenti l’enciclica si allontana dal puro e semplice documento di teologia per diventare una riflessione fondamentale rivolta a tutti – credenti o meno – sulla centralità dei legami tra economia, socialità, politica ed etica.

Mario Tettamanti
Invia ad un amico
Articoli suggeriti
Le altre notizie - Commento
Giornale online
In evidenza
NOTIZIE DEL GIORNO
WebPlus
< | >
Restyling per la gamma iPod e AppleTV 2