

di ALFONSO TUOR - Non sono grandi le aspettative sui possibili risultati del vertice del G20 che si apre questa sera negli Stati Uniti. Il clima della vigilia è infatti completamente diverso da quello del summit tenutosi a Londra all’inizio dello scorso mese di aprile. Allora, di fronte ad un sistema bancario in stato comatoso e ad un’economia mondiale che si stava contraendo rapidamente, il mondo avvertiva il bisogno di un messaggio chiaro, forte e soprattutto rassicurante da parte dei leader dei maggiori Paesi del mondo. E in effetti il G20 fu all’altezza delle aspettative. I Grandi si impegnarono a non permettere il fallimento di alcuna banca e l’insolvenza di alcun Paese e si accordarono per attuare politiche monetarie e fiscali fortemente espansive per rilanciare l’economia mondiale. Insomma, l’emergenza aveva compiuto il «miracolo» di una comunità internazionale unita nello sforzo di evitare una nuova Grande Depressione.
Ora l’emergenza appare superata: la salute del sistema bancario sembra migliorata e l’attività economica si sta stabilizzando, seppure a bassi livelli. Secondo certi economisti, in alcuni Paesi industrializzati vi sono addirittura chiari segnali di ripresa. Il G20 di Pittsburgh, non più condizionato dall’impeto della crisi, non ha dunque l’aura del conclave chiamato a salvare il mondo e rischia di concludersi, come tanti altri vertici internazionali, con l’enunciazione di una serie di principi generali tesi a nascondere le divergenze che stanno riaffiorando tra i partecipanti.
La crisi non è però superata. Anzi, in una delle sue metamorfosi, come avviene di regola, oggi colpisce soprattutto il mercato del lavoro con l’impressionante aumento della disoccupazione. Anche il miglioramento economico non è solido: è infatti il frutto di stimoli fiscali e di politiche monetarie espansive che non hanno precedenti nella storia e che soprattutto non possono essere proseguiti ancora a lungo. L’esplosione del debito pubblico rischia di incrinare la fiducia di coloro che sono chiamati a finanziare le voragini nei conti statali. Questo timore è acuto soprattutto per quei Paesi, come Stati Uniti e Gran Bretagna, che non dispongono di sufficiente risparmio interno e devono quindi ricorrere ai finanziamenti esteri. Pure il miglioramento dello stato di salute del sistema bancario è fondato su basi molto fragili ed è ascrivibile alle iniezioni di liquidità delle banche centrali e al cambiamento delle regole contabili, che ha permesso l’entrata dei titoli tossici nella categoria dei «desaparecidos». Ma c’è di più: il ritorno della fiducia nei mercati finanziari ha spinto le banche a riprendere a svolgere alle grande proprio quelle attività che sono state all’origine della crisi.
Nonostante tutto ciò dal vertice di Pittsburgh non dovrebbero uscire messaggi forti. Le notizie filtrate dal lavoro di preparazione effettuato dagli esperti offre un quadro abbastanza chiaro della dichiarazione finale. In pratica, i Venti prenderanno atto dei miglioramenti della situazione economica, ma sosterranno che è ancora prematuro cambiare politica. Inviteranno i Paesi con forti avanzi commerciali (Cina, Giappone e Germania) ad espandere maggiormente la domanda interna e quelli con forti disavanzi (Stati Uniti e Gran Bretagna) a risparmiare di più. Si tratterà comunque solo di un auspicio, poiché la Germania si è già opposta a qualsiasi tentativo di monitorare questi sforzi e perché non si capisce come gli Stati Uniti possano risparmiare di più se vogliono rilanciare la loro economia. Per quanto riguarda la disoccupazione vi saranno solo dichiarazioni di principio.
Sulle nuove regolamentazioni del sistema finanziario verrà affermata la necessità di aumentare i requisiti di capitale delle banche e di migliorare la sorveglianza per evitare che si produca una crisi sistemica. Tutto verrà comunque demandato al Comitato presieduto dall’italiano Mario Draghi, che dovrebbe definire le nuove norme entro la fine dell’anno prossimo. Verrà confermato l’impegno a lottare contro l’evasione fiscale e sarà ratificata l’uscita della Svizzera dalla lista grigia, come già proposto dall’OCSE.
L’unica incertezza riguarda i bonus di manager e trader del settore bancario. L’opposizione degli Stati Uniti rischia di far fallire la battaglia degli europei per raggiungere un’intesa internazionale sulle remunerazioni nel settore finanziario e quindi di non ottenere quel risultato concreto, comprensibile all’opinione pubblica e soprattutto indispensabile per mettere in secondo piano la constatazione che il vertice di Pittsburgh non si riveli all’altezza delle sfide che l’economia mondiale deve ancora affrontare.
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