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Commenti CdT | Editoriale - 27 gen 2010 05:02

Società aperta e veli islamici

L'iniziativa anti-minareti ha toccato un nervo scoperto

di FABIO PONTIGGIA - Il sì popolare al divieto di costruire minareti in Svizzera non ha risolto il problema che voleva affrontare, ma ha segnalato, in misura inaspettata, l’esistenza nella popolazione di un disagio – non solo emotivo – verso un modello culturale e religioso che fa a pugni con il nostro modello di società. Pochi altri temi hanno del resto portato così tante persone comuni ad esprimere in questi mesi il loro parere nella rubrica delle lettere al giornale: e la decisione popolare è lungi dall’aver esaurito questo desiderio di prendere posizione, di formulare analisi e valutazioni, e non da ultimo di richiamare le autorità a rispettare la volontà liberamente espressa, nel segreto dell’urna, dalla maggioranza dei cittadini.
L’iniziativa contro i minareti ha toccato un nervo scoperto della nostra società. Usare antidolorifici per nascondere il problema non sarebbe saggio. Stigmatizzare il pronunciamento popolare in nome del dogma multiculturalista e del buonismo di facciata significherebbe scavare fossati laddove una parte consistente della società reclama risposte e soluzioni concrete a un problema vero, serio, enorme, che chiama in causa i principi fondatori dell’Europa edificata dal costituzionalismo liberale.
Tant’è che, archiviati per ora i minareti (in attesa di eventuali sentenze giudiziarie), spunta subito, quale emergenza, un altro simbolo della cultura e della religione islamica che disturba profondamente la nostra società: il velo islamico, o per meglio dire i veli islamici.
Il fondatore del movimento politico Il Guastafeste, Giorgio Ghiringhelli, ha inoltrato alcuni giorni fa al Gran Consiglio una petizione che chiede di introdurre in Ticino il divieto del velo islamico nelle scuole pubbliche obbligatorie (elementari e medie). Analoga proposta era stata fatta in novembre da una deputata socialista nel Canton Friburgo, limitatamente alle scuole primarie. Ieri una commissione parlamentare interpartitica francese ha proposto di elaborare una legge che proibisca l’uso dei veli islamici più spinti (il niqab, che lascia scoperti solo gli occhi, e il burqa, che li copre con una specie di griglia) negli uffici e nei servizi pubblici, in quanto offensivi per i valori nazionali della Francia. Durante la campagna di voto sull’iniziativa antiminareti, la nostra ministra di giustizia e polizia Eveline Widmer-Schlumpf si era pure espressa in favore di un divieto del burqa.
A poco serve – anzi è controproducente – affermare che per il momento qui da noi l’uso dei veli islamici è raro, per cui sarebbe superflua una legislazione restrittiva. I problemi di questa natura vanno anticipati, alla luce delle tendenze in atto nei Paesi attorno a noi. Una volta che i buoi sono scappati dalla stalla, c’è poi poco da fare.
Il velo islamico pone problemi diversi da quelli posti dal minareto. Al di là della discussione sulle loro origini, il niqab e il burqa nelle scuole dell’obbligo sono un atto impositivo, una insostenibile limitazione della libertà delle allieve, l’esibizione di una ferrea volontà di identità chiusa alle altre, il rifiuto di permettere l’integrazione nella società aperta, e anche un segno di sottomissione della donna. Sulla pubblica via, e a maggior ragione negli uffici statali, di qualunque genere, ma anche in luoghi privati aperti al pubblico (si pensi a bar, ristoranti, negozi, centri commerciali, parchi di divertimento), sono incompatibili con le esigenze di sicurezza, oggi rese ancor più pressanti nelle democrazie liberali dalle minacce provenienti proprio dal fanatismo e dall’estremismo islamico. Senza contare che, anche sulla pubblica via, portare questi veli è fare una scelta di segregazione (quanto volontaria?) contro lo spirito d’apertura, di tolleranza, di integrazione, di parità nei diritti che l’immigrazione islamica invoca per sé stessa di fronte a noi occidentali.
Se non si vuole aderire alla reazione (apparentemente) di pancia che fu di Oriana Fallaci contro l’islamizzazione dell’Europa, non ci si può sottrarre alla fredda e razionalissima analisi di Giovanni Sartori, secondo cui la società multietnica o multiculturale a forte componente islamica non è una società pluralistica, cioè composta di gruppi diversi che si rispettano nella reciprocità, integrandosi, ma è una società pericolosamente conflittuale poiché fatta di gruppi che esasperano le divisioni, si chiudono e generano forti tensioni per non dire scontri.
I divieti in una società aperta e libera sono una brutta cosa: sarebbe bene non dovervi mai fare capo. Ma vietare abitudini, costumi, comportamenti, imposizioni che fanno violenza ai nostri principi e valori fondamentali, a volte può essere opportuno e necessario. Il guaio è che non si può attendere che l’evoluzione della realtà ci costringa a constatarne l’opportunità e la necessità: sarebbe troppo tardi per salvare le nostre libertà dalle imposizioni degli altri. La democrazia non porta veli che nascondono il suo volto.

27.01.2010 - 05:02
Fabio Pontiggia
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