

di ROCCO BIANCHI - Una consigliera federale che si sposta appositamente per discuterne e trovare una soluzione a una faccenda sempre più imbarazzante, commissioni parlamentari che si riuniscono d’urgenza per deliberarne, la Cina che preme, minaccia e invia addirittura il suo viceprimo ministro per trattare (di un accordo di libero scambio e d’altro), gli Stati Uniti che rispondono più o meno a tono...
Questione di grande diplomazia e di salvare i destini del mondo? Neppure per idea. Questione di due poveri Uiguri, incarcerati per otto (!) anni a Guantanamo senza che nessuna accusa nei loro confronti non solo venisse provata, ma neppure formulata, e che adesso potrebbero essere accolti dal Canton Giura per volontà pressoché unanime del suo Governo e del suo Parlamento. Una regione, il Giura, che fino a poche settimane fa nessuno a Washington e a Pechino aveva mai sentito nominare né aveva la più pallida idea di dove si trovasse.
Vada come vada, un bel colpo pubblicitario. Che non attenua né muta però i dati del problema: da un lato gli Stati Uniti, con cui la Svizzera ha come ben si sa delicatissimi contenziosi fiscali e giudiziari aperti; dall’altro la Cina, con cui Berna sta appunto cercando di firmare un accordo di libero scambio importantissimo per la nostra economia; in mezzo, più che il Canton Giura, il Consiglio federale.
Umanamente, va da sé, il problema non dovrebbe neppure essere posto: è normale soccorrere persone che hanno passato anni di prigionia ingiustamente, anche se si è coscienti che nulla potrà ridare loro il tempo trascorso dietro le sbarre e che, anche nel Giura, la loro non sarà mai più vera libertà, ma solo terra d’esilio.
Certo, la prima reazione sarebbe di chiedere agli Stati Uniti, che il problema Guantanamo l’hanno creato, di risolverselo da soli. Voltare le spalle di fronte a una simile situazione, facendo finta che non esista e rifiutando per di più la richiesta di aiuto di un Paese amico (o supposto tale) che non sa come uscirne senza implicitamente sconfessare anni di lotta al terrorismo, non è un atteggiamento né corretto né soprattutto coraggioso.
Senza contare l’ennesimo danno di immagine che potrebbe procurarci un rifiuto. Siamo o non siamo la nazione depositaria delle convenzioni di Ginevra e che ha fatto del rispetto del diritto umanitario internazionale una delle sue linee guida?
Dal piano puramente umanitario la questione si sposta quindi su quello politico e, cosa ancor più importante in questo periodo di crisi, su quello economico. Che è tuttavia, all’apparenza almeno, quello in prospettiva più facilmente risolvibile. I tempi tecnici per raggiungere, firmare e ratificare un accordo di simile portata sono infatti piuttosto lunghi e relativamente poco comprimibili – un anno minimo, fors’anche due. L’economia dunque, così almeno prevedono gli esperti, dovrebbe essere in ripresa. Improbabile dunque che allora la pragmatica Pechino, che non ha mosso un dito contro gli altri Stati (Albania, Bermuda e arcipelago delle Palau) che già hanno accolto alcuni dei 22 Uiguri di Guantanamo dagli Stati Uniti dichiarati «non pericolosi», faccia saltare un accordo che vale, stante l’attuale giro d’affari con la Svizzera, oltre una decina di miliardi di franchi.
Più arduo invece risolvere le difficoltà politiche. Sperare infatti che gli Stati Uniti si ravvedano e liberino ogni detenuto cui non è stata provata la colpevolezza come dovrebbe fare ogni stato di diritto è lecito, ma poco realista. E la politica si basa sui fatti (eventualmente su possibilità), non sui sogni.
La palla è quindi nelle mani del Consiglio federale che, incassato il sostegno praticamente unanime del Canton Giura, della comunità internazionale e delle organizzazioni umanitarie di ogni tipo e Paese, si ritrova sì in profondo imbarazzo ma, malgrado tutto, anche con un piccolo asso nella manica, una carta in più da aggiungere alle poche che ha da giocare nella partita fiscal-finanziaria che sta conducendo con il nostro potente amico-avversario. Ciò che paradossalmente potrebbe anche non dispiacere proprio a quelle cerchie economiche, finanziarie e politiche elvetiche contrarie a ogni ulteriore gesto umanitario verso i detenuti di Guantanamo.
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