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Che ne sarà del segreto bancario?

Piazza finanziaria: prevedibili profonde trasformazioni

 
12
febbraio
2010
05:01
Alfonso Tuor

di ALFONSO TUOR - La politica svizzera sul segreto bancario appare di giorno in giorno sempre più confusa. I motivi che confortano questa impressione sono numerosi, ma forse il più evidente è l’assordante silenzio dell’Associazione svizzera dei banchieri (ASB) e soprattutto delle due grandi banche che hanno sempre determinato le scelte del settore bancario e influenzato anche la politica del nostro Paese in questo campo. In effetti nell’ultimo anno, che è stato ricco di avvenimenti tumultuosi, l’ASB ha alzato la testa unicamente per sostenere la scelta del Consiglio federale di sopprimere la differenza tra frode ed evasione fiscale e di adottare l’articolo 26 del modello dell’OCSE, spiegando che questo cambiamento era solo formale, poiché non sarebbero state fornite informazioni fiscali agli altri Paesi se non in base a sospetti fondati su prove concrete. Con questo cambiamento di linea il nostro Paese ha concordato la revisione dei trattati sulla doppia imposizione fiscale con più di dieci Paesi, riuscendo ad evitare di entrare nella lista nera dei paradisi fiscali, come era stato minacciato nel vertice del G20 tenutosi a Londra all’inizio del mese di aprile dell’anno scorso. Un flebile segno di vita era stato poi dato dall’adozione da parte dell’assemblea dell’ASB del cosiddetto modello Rubik, in base al quale le banche elvetiche manterrebbero il segreto bancario come strumento che difende la privacy, non aderirebbero allo scambio automatico di informazioni richiesto dai Paesi europei, ma in cambio si impegnerebbero a prelevare le imposte sui redditi conseguiti dai clienti non residenti in Svizzera e a riversarle ai rispettivi Governi. Questa proposta, che in realtà non è mai decollata, sembra già essere stata riposta in un cassetto dopo la cattiva accoglienza nelle principali capitali europee.
Quest’apparente mancanza di iniziative rischia di occultare una ben diversa realtà: molto probabilmente sono già stati concordati i principi fondamentali della strategia svizzera sul segreto bancario. Essi non sono stati ancora comunicati pubblicamente, ma emergono analizzando le iniziative della FINMA, ossia dell’autorità di sorveglianza, e delle due grandi banche. La FINMA ha deciso di innalzare da rischio operativo a rischio strategico il rapporto degli istituti bancari svizzeri con i clienti di otto Paesi europei, tra i quali figura anche l’Italia. Questa misura, che sta diventando operativa, vuol dire concretamente che anche per le autorità svizzere una serie di attività dei consulenti delle banche elvetiche svolte nel territorio di questi Paesi potrebbe diventare illegale. Ora i revisori esterni sono incaricati dalla FINMA di verificare l’applicazione concreta di queste norme.
I messaggi che provengono dalle due grandi banche sono forse più chiari. Martedì scorso il numero uno di UBS, Oswald Grübel, ha dichiarato che per UBS il segreto bancario non è essenziale e ha invitato il Consiglio federale a raggiungere un accordo adeguato con l’Unione Europea. Ma c’è di più: le due grandi banche hanno recentemente emanato codici di condotta (nel caso di UBS vengono fatti firmare da ogni dipendente), in base ai quali sostanzialmente la banca non può accettare di gestire i capitali di clienti non in regola con le autorità fiscali del loro Paese, se è a conoscenza del fatto che sono capitali non dichiarati. Questi codici sottolineano la formula, oramai diventata di gran moda, dell’attività «cross border», ossia la gestione di capitali che ottemperano a tutte le regole (anche quelle fiscali) della Svizzera e del Paese europeo del cliente. Non è un segreto per nessuno che queste normative relative alle attività «cross border» elaborate da Credit Suisse e UBS verranno presto fatte proprie dalla FINMA e diventeranno quindi regole generali.
Questi segnali inducono a ritenere che dietro l’apparente confusione del Consiglio federale e il silenzio dell’Associazione svizzera dei banchieri vi siano in realtà scelte già concordate. In termini brutali, la strategia può essere riassunta in questo modo. Il segreto bancario non è difendibile e il private banking offshore non ha futuro. Quindi, anche perché finora non è giunta alcuna richiesta formale da Bruxelles, cerchiamo di guadagnare il maggior tempo possibile, ma quando si arriverà alla trattativa con l’Unione Europea, la Svizzera deve essere pronta a barattare lo scambio automatico di informazioni in materia fiscale con la possibilità degli operatori finanziari svizzeri di poter operare nei Paesi dell’UE a parità di condizioni dei concorrenti europei. Gli avvenimenti di questi ultimi mesi portano a questa conclusione.
In attesa di conferme, si possono formulare alcune considerazioni. In primo luogo, la strategia del nostro Paese su un tema importante come quello del segreto bancario non viene definita né dal Parlamento né tanto meno dalla popolazione, ma da altri soggetti, che in questo caso non necessariamente rappresentano l’intero settore finanziario. Anzi, al ponte di comando figura ancora UBS che con le sue avventure americane ha ampiamente danneggiato l’intera Svizzera e ha reso più difficoltosa la difesa del segreto bancario. In secondo luogo, vi è da domandarsi se non vi siano alternative a questa strategia, che sostanzialmente corrisponde ad una resa che rischia di mettere in gravi difficoltà gli istituti di piccole dimensioni e intere regioni, come il Ticino. Probabilmente esistono strategie alternative: occorre però la volontà e il coraggio politico di vagliarle attentamente.
Lo scenario che si delinea non equivale alla fine della piazza finanziaria svizzera e ticinese, ma ad una sua trasformazione, che implica una correzione profonda del modello di attività seguito negli ultimi anni. Esso rende pure indispensabile ancorare nella Costituzione il segreto bancario per gli svizzeri e i residenti in Svizzera e garantirlo nei confronti delle autorità fiscali cantonali con leggi di applicazione inequivocabili.
Un’avvertenza è d’obbligo: anche se oggi questo appare lo scenario su cui sta operando la Svizzera, è sempre possibile che tutto cambi a causa delle possibili reazioni interne a questa resa del nostro Paese e soprattutto a causa di avvenimenti imprevisti e imprevedibili.

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