

di GIOVANNI GALLI - La preparazione del terreno fatta prima ancora che arrivasse in Governo dovrebbe permettere all’amnistia fiscale cantonale di superare relativamente indenne lo scoglio del Gran Consiglio. La proposta sul tappeto è diversa da quella presentata a metà dicembre dai capigruppo di PLRT, PPD, Lega e UDC, ma di fatto sono come zuppa e pan bagnato. Gli obiettivi politici sono identici e per il contribuente le differenze sono minime. Cambia la forma: i partiti calcolano il recupero d’imposta solo sui tre periodi fiscali che precedono l'autodenuncia, condonando il resto, mentre il Governo, che si è voluto cautelare giuridicamente nei confronti di Berna, propone uno sgravio del 70% sull’imposta dovuta per tutti gli anni della sottrazione non caduti in prescrizione. Dal momento che la soluzione governativa offre maggiori garanzie di compatibilità con la legge federale, la proposta primogenita non ha più ragione di esistere. È quindi probabile che i promotori la ritirino e appoggino la seconda. Il fatto di avere le spalle politicamente coperte però, non mette l’amnistia al riparo dalle insidie e non rappresenta una garanzia di successo. In assenza di una sanatoria federale, che avrebbe tolto tutte le castagne dal fuoco, il progetto cantonale deve vedersela con tre tipi di ostacolo: la questione della parità di trattamento, l’attrattiva per il contribuente e la conformità all’ordinamento superiore.
Quello dell’equità fra i contribuenti sarà l’argomento principale dei contrari, che considerano l’amnistia come un indebito regalo a chi non ha pagato regolarmente le imposte e, al tempo stesso, un’ingiustizia nei confronti di chi le ha pagate fino all’ultimo centesimo. In sede istituzionale, gli avversari del condono sono una minoranza, ma questo non significa che in caso di referendum i rapporti di forza siano gli stessi, anche perché gli umori dei contribuenti non seguono necessariamente le loro inclinazioni politiche. Il punto più controverso dell’operazione riguarderà quindi il principio stesso del condono e la sua accettabilità etica. È un aspetto tipico di ogni sanatoria e che si ripropone puntualmente ogni volta che un’autorità vuole regolarizzare una situazione attraverso provvedimenti eccezionali. I termini, come si è visto in Italia ad ogni scudo fiscale varato dal ministro Tremonti (anche se in questo caso l’eccezionalità sembra essere diventata la regola), sono gli stessi. Da una parte c’è chi accusa lo Stato di violare il principio della parità di trattamento e di penalizzare i cittadini onesti. Dall’altra c’è chi relativizza l’aspetto etico in funzione dei fini pratici, che tuttavia hanno pure loro una valenza etica: non si tratta di favorire chi non ha pagato, ma di fare in modo che possano riemergere ed essere tassati capitali altrimenti destinati a restare sommersi.
Il secondo punto problematico riguarda l’attrattiva della misura e, di conseguenza, il suo impatto pratico. Il Cantone conta di far emergere 1 miliardo di franchi, partendo dal presupposto che un decimo dei contribuenti richiederà l’amnistia. Questo importo dovrebbe fruttare, una tantum, 20 milioni di franchi al Cantone e 16 Comuni, e poi un gettito regolare di entità inferiore. Anche l’economia ne dovrebbe beneficiare, perché almeno una parte delle cifre regolarizzate verrebbero reinvestite. Ci sono tuttavia due aspetti critici sulla propensione all’amnistia. Il primo riguarda l’imposta federale diretta. A differenza delle imposte cantonali, per l’IFD non ci sarà nessun condono sui redditi e la sostanza non dichiarati, per cui il contribuente, fatte salve le mini-facilitazioni entrate in vigore quest’anno (esenzione della multa), dovrebbe pagare la posta piena (imposte arretrate e interessi di ritardo). Questo costituisce un vero e proprio deterrente, perché l’incentivo a dichiarare i propri averi previsto a livello cantonale verrebbe oscurato dal forte pedaggio imposto dalla Confederazione. L’altro, di minore impatto rispetto al precedente, è l’aliquota del 30% su redditi e sulla sostanza sottratti all’imposizione. Per molti intenzionati a regolarizzare la loro situazione non dovrebbe costituire un problema, ma per i più scettici rischia di non essere molto allettante, a maggior ragione considerando l’onere dell’IFD. Il 30% è una scelta politica, che come tutte le scelte politiche è passibile di modifica a seconda delle contingenze e dei rapporti di forza. Sotto la minaccia di un referendum questa soglia potrebbe anche essere alzata, a scapito del risultato finale auspicato.
Il terzo ed ultimo ostacolo infine è quello giuridico. Il DFE si è cautelato: da un lato ha lavorato in contatto con l’Amministrazione federale delle contribuzioni; dall’altro, ha aggirato l’ostacolo legale, attraverso l’introduzione di aliquote attenuate invece del condono di anni interi. Questo meccanismo tuttavia non si può considerare blindato. Continua ad esistere un problema di interpretazione della legge federale che prevede espressamente il recupero delle imposte non incassate. È vero che la Confederazione non dispone di alcun mezzo per obbligare i Cantoni ad adeguarsi alla legge, ma in caso di ricorso l’esito è incerto e non si può escludere a priori che il Tribunale federale lo accolga, mandando all’aria tutto. C’è inoltre la questione, non secondaria, dei tempi di evasione. Un ricorso rischia di sospendere l’applicazione dell’amnistia più di un referendum. Il condono, che per essere efficace andrebbe introdotto abbastanza celermente, andrebbe alle calende greche.
Ma è inutile fasciarsi la testa prima di averla rotta. Proprio lunedì il Canton Giura, autore di un’amnistia più temeraria rispetto a quella ticinese, ha annunciato di aver raggiunto un accordo con l’Amministrazione federale. Se tanto ci dà tanto, Governo e Parlamento hanno meno motivi per preoccuparsi. Purché il contribuente non in regola sia disposto a fare la sua parte.
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