

di MARIO TETTAMANTI - Fastweb non è ancora riuscita a strappare, almeno per il momento, ai giudici italiani la cosiddetta «figura di garanzia» (una sorta di commissario speciale incaricato della gestione operativa dell’azienda per un determinato lasso di tempo) da inserire nella propria struttura organizzativa in modo da evitare il commissariamento dell’azienda. Una decisione, questa, annunciata per ieri ma che, a sorpresa (e sollievo) delle aziende in causa, non si è concretizzata.
Fino a ieri i problemi di Fastweb erano legati alle difficoltà (politiche e tecniche) di ampliare la sua già notevole rete di cavi sul territorio italiano, unitamente a quella di avere una presenza di maggiore sostanza nei piccoli centri e nelle aree rurali. Dovesse concretizzarsi il commissariamento, la società rischierebbe di subire ripercussioni di vario tipo: pecuniarie nell’immediato e strategiche nel medio termine. Le ripercussioni pecuniarie e immediate si riferiscono (nel caso di colpa accertata) a una probabile multa di 70 milioni di euro che dovrebbe corrispondere all’ammanco dell’imposta sul valore aggiunto causato dall’azione fraudolenta (se tale sarà considerata) dell’azienda nei confronti dello Stato italiano. Una cifra apparentemente irrisoria ma che rischia di annientare gli utili netti di Fastweb per diversi anni a venire.
A preoccupare maggiormente sono però le conseguenze strategiche della vicenda. In effetti una percentuale molto importante dei clienti di Fastweb (una quota di circa il 60%) è attualmente composta da amministrazioni provinciali, regionali e comunali. Un «goodwill» che – secondo quanto affermato dal CEO di Swisscom Carsten Schloter in un intervista alla NZZ – potrebbe subire un duro colpo nel caso la società fosse giudicata colpevole dei gravi reati citati nell’atto di accusa. Un colpo basso che rischierebbe di frenare l’aumento della cifra d’affari della TLC «italo-elvetica» su territorio italiano.
Cosa dire della recente vicenda che ha toccato Fastweb, di quella più strategica riferita all’acquisto di Fastweb da parte di Swisscom e, soprattutto, delle ripercussioni della prima sulla seconda? Riferendoci al primo aspetto, è evidente che le accuse della procura italiana a Fastweb e ai suoi dirigenti (associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e al reimpiego di capitali) sono pesanti come macigni. Risultassero fondate, assumerebbero risvolti pesanti per quanto riguarda l’aspetto strategico dell’investimento di Swisscom in Italia. Un investimento oneroso, che finora ha reso unicamente in termini di aumento del fatturato in grado di portare liquidità all’azienda, ma che ad oggi non si è ancora concretizzato in quello che normalmente chiedono gli investitori che giocano somme pesanti, vale a dire utili netti in favore degli azionisti. Obiettivo al quale guardano con particolare attenzione molti svizzeri visto che Fastweb appartiene a Swisscom, la quale a sua volta appartiene al 52% alla Confederazione, mentre il 48% è quasi tutto nelle mani di azionisti svizzeri privati e istituzionali (tra cui le casse pensioni).
Già all’indomani dell’acquisto di Fastweb da parte di Swisscom (finalizzato nel 2007) si erano levate voci quantomeno scettiche, se non critiche, sull’operazione. Non tanto per quanto riguarda l’aspetto strategico (comunque ancora tutto da dimostrare), ma piuttosto dal punto di vista finanziario. La sensazione era che il premio pagato per l’acquisto dell’82% dei titoli Fastweb fosse stato quantomeno eccessivo. Per acquistare la TLC italiana, Swisscom aveva infatti messo sul tavolo 6 miliardi di franchi in contanti. Una cifra pesante, un investimento oneroso pur considerando i preziosi 27 mila chilometri di cavi portati in dote da Fastweb. Un investimento che, dal punto di vista puramente finanziario è a tutt’oggi ancora deficitario visto che per il momento non riesce neppure minimamente (di utili netti non ne sono ancora stati generati) a compensare l’onere del debito che si cifra attorno ai 180 milioni di franchi l’anno, e siamo oggi al terzo anno.
Ma c’è di più: un eventuale commissariamento, considerato il fatto che Swisscom ha ammesso di essere stata al corrente dei fatti addebitati a Fastweb dalla magistratura italiana, porrebbe il problema della professionalità con la quale è stata affrontata la «spedizione italiana» di Swisscom. Un terreno, quello della vicina Penisola, che richiede un’accurata valutazione dei rischi per non cadere in pericolosi incidenti di percorso. Una valutazione dei rischi (anche quelli di una magistratura pronta a formulare accuse estremamente pesanti) che, visto quanto sta succedendo oggi, lascia qualche dubbio sul modo in cui è stata affrontata.
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