

di OSVALDO MIGOTTO - Volendo mettere in luce gli aspetti positivi delle elezioni legislative tenutesi domenica in Iraq si potrebbe dire che, malgrado i timori della vigilia del voto, lo scrutinio si è svolto in condizioni abbastanza normali. Nel senso che le temute azioni terroristiche sono state contenute al minimo dall'apparato di sicurezza predisposto per l'occasione e che un buon numero di iracheni ha potuto recarsi alle urne nonostante le minacce di al Qaida. Tirano un sospiro di sollievo le autorità irachene e anche il presidente statunitense Barack Obama. Quest'ultimo infatti è ben conscio del fatto che l'annunciato drastico ritiro di truppe USA dall'Iraq è legato a una progressiva normalizzazione della situazione in questo Paese, messo in ginocchio da anni di devastanti scontri armati. Tuttavia non basta una rondine a far primavera. In effetti lo stesso Obama, dopo essersi congratulato con il popolo iracheno per il coraggio mostrato recandosi alle urne, ha aggiunto che «l'Iraq ha davanti a sé ancora giorni difficili». Se il giorno delle elezioni politiche è stato caratterizzato da un numero di attacchi terroristici limitato, nulla assicura che in futuro tale relativa sicurezza potrà essere mantenuta. Molto dipenderà infatti dai tempi di formazione del nuovo esecutivo e ancora di più dal tipo di coalizione che sarà possibile formare. In attesa dei primi dati ufficiali attesi per metà settimana, sono già filtrate alcune indicazioni, dalle quali emerge che nessuna delle liste in lizza è in grado di ottenere una chiara maggioranza e quindi di governare da sola. Il gioco delle alleanze non sarà dunque per nulla facile e potrebbe richiedere settimane o addirittura mesi prima di permettere la creazione di un nuovo governo. Una situazione di incertezza che non farebbe che agevolare al Qaida e quanti altri nella regione hanno da trarre vantaggio da un Iraq instabile. Non basta dunque l'alto tasso di partecipazione degli iracheni al voto di domenica (oltre il 62 per cento degli aventi diritto), o il numero relativamente basso di azioni terroristiche condotte nel giorno del voto, per poter dire che l'ex regno di Saddam Hussein è ormai avviato verso una normalizzazione irreversibile.
Nel Paese si possono in effetti cogliere dei segnali contrastanti. Rispetto alle prime consultazioni democratiche del 2005, ad esempio, il tasso di partecipazione al voto domenica è sceso dal 76 al 62,4 per cento. Tuttavia la distribuzione dei votanti sul territorio nazionale è stata più omogenea: nel 2005 in alcune province sunnite i seggi erano rimasti pressoché deserti, mentre domenica anche gli abitanti di alcune province sunnite si sono recati in modo massiccio alle urne. Pertanto, anche se il governo uscente non ha rispettato più di una promessa elettorale e il Paese è lontano da una normalizzazione non solo nell'ambito della sicurezza, ma anche a livello di fornitura di servi zi essenziali come acqua ed elettricità, sembra di capire che una buona maggioranza della popolazione irachena punta sul metodo democratico per la risoluzione dei problemi del Paese. Grande dunque la responsabilità che pesa sulla classe politica irachena. Saprà guardare oltre le proprie ambizioni e gli interessi settari e personali per offrire al Paese un governo stabile ed efficiente?
Difficile credere che una tale metamorfosi possa avvenire in tempi rapidi. Anche se l'ex premier Allawi ha cercato di presentarsi come leader al di sopra delle religioni (pur essendo sciita ha scelto come suo braccio destro l'attuale vicepresidente sunnita Tareq al Hashimi), ciò non toglie che l'Iraq resta un Paese tutt'altro che unitario. La democrazia dovrebbe servire a far convivere pacificamente tra loro le varie anime della nazione irachena. Ma, come detto, vi sono elementi di disturbo interni ed esterni che ostacolano questo esercizio. I prossimi mesi ci diranno se l'Iraq ha intrapreso veramente una nuova via.
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