

di GIOVANNI GALLI - Strano destino quello del sistema elettorale proporzionale. Se le sue condizioni si misurassero con le attestazioni di fedeltà che riceve, avrebbe una salute di ferro. In realtà, non se la passa molto bene, complice una classe politica che in aula predica in un certo modo, ma razzola male fuori. Non appena si discute di un cambiamento in senso maggioritario, si erigono barricate per proteggere il proporzionalismo, se ne decantano i meriti e se ne afferma l’insostituibilità. Poi, senza nemmeno rendersene conto, si rema in direzione contraria. E così, complici fattori esterni, il paziente diventa di giorno in giorno più debole. La costituzione del movimento trasversale «Incontro democratico» e la reazione di segno opposto che essa ha scatenato nel PLRT («se voi guardate a sinistra noi guarderemo a destra»), sono state l’ennesima stoccata. L’una e l’altra infatti, sono figlie di una dinamica maggioritaria che agisce da tempo in profondità e che si scontra con la logica proporzionalista.
Conta poco che fra i promotori di «Incontro democratico» vi siano avversari dichiarati del maggioritario e che ambedue le parti interessate continuino ad avere a cuore le sorti dei rispettivi partiti. Sono del tutto secondari gli scambi di accuse sull’intenzione o meno di dar vita ad un nuovo soggetto politico. Il solo fatto di gettare un ponte fra due aree che, pur appartenendo a partiti diversi, hanno affinità ideologiche e presentano un potenziale d’intesa, appartiene ai movimenti tettonici della politica, che un giorno o l’altro sono destinati a manifestarsi in superficie. Può darsi che l’operazione non abbia effetti laceranti nel breve e medio termine. È sintomatico però che ciò che vent’anni o addirittura dieci anni fa sarebbe stato impensabile, oggi è realtà, anche se sotto le spoglie di un’associazione culturale.
Il fatto non è isolato, ma va collocato in una linea temporale punteggiata di episodi e di cambiamenti significativi. Il sistema proporzionale ha subito una prima forte scossa nella passata legislatura, quando i contrasti sulla spesa pubblica e sugli sgravi fiscali avevano quasi rischiato di bloccare l’attività governativa, rilanciando ad un certo punto le quotazioni del maggioritario o di suoi derivati spuri, come gli accordi preferenziali fra partiti. Messo sotto pressione, il sistema ha reagito. A trarlo d’impaccio hanno poi pensato l’oro della Banca Nazionale e il miglioramento economico.
Un secondo affondo si è verificato in occasione dell’ultimo rinnovo del Consiglio degli Stati. Il sistema di elezione della Camera alta è maggioritario per definizione. Ma mai come in quel frangente, con la contrapposizione di due ticket in entrambi i turni (Marty/Cavalli da un lato, Lombardi/Bignasca dall’altro), la tornata elettorale aveva acquistato un significato squisitamente maggioritario dal punto di vista politico. In terzo luogo bisogna considerare l’uso massiccio della scheda non intestata e l’ampio ricorso al panachage, che premiando le persone rispetto ai partiti hanno introdotto nel sistema proporzionale una logica tipicamente maggioritaria. Si sta affermando un dualismo di fatto, con il maggioritario che spinge dal basso ed il proporzionale che resiste solo perché è l’unico mezzo che consente ai partiti di restare tali e di limitare i danni. Nessuno, per ovvi motivi, vuole saltare il fosso, preferendo la difesa delle posizioni alle incognite del cambiamento. Che però, avanti di questo passo, non è escluso che arrivi da solo.
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