

di ROBERTO GIANNETTI - Sembra che la crisi greca si stia avvicinando ad una soluzione, fra drastiche misure di risparmio, dichiarazioni rassicuranti di esponenti europei e gli investitori che hanno accolto positivamente una emissione obbligazionaria del Governo di Atene, segno che considerano minimo il rischio di default della Grecia (anche se nei prossimi due mesi dovrà raccogliere ancora 20 miliardi di euro sul mercato) e credono nel futuro dell’Unione europea.
Dal canto suo, quest’ultima si è trovata recentemente a dover applicare una doppia strategia: da un canto dare ampie rassicurazioni di sostegno alla Grecia, dall’altro non mettere sul tavolo neppure un euro, dato che sarebbe politicamente improponibile chiedere a operai tedeschi che lavorano fino a 65 anni di intervenire a favore di impiegati statali greci che lavorano fino a 60. Inoltre i deficit pubblici di Francia e Germania veleggiano già al 7,5 e al 6,3% del PIL.
Ora si vedrà come verrà accolta la nuova proposta di creare un Fondo monetario europeo. Ma anche questa iniziativa difficilmente metterà fine ai problemi della Grecia e degli altri Paesi europei deboli (i cosiddetti PIGS, ossia Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) affetti da mostruosi deficit pubblici.
Nelle ultime settimane molti, soprattutto in Germania, hanno puntato il dito verso la gestione di questi Paesi, che sicuramente ha giocato un ruolo nel provocare la crisi. Ma il vero problema di fondo potrebbe essere un altro, ancora più difficile da affrontare: la moneta unica europea è troppo forte per le loro deboli economie, e sul lungo termine i PIGS sono destinati a soccombere di fronte alla concorrenza della più efficiente e competitiva Germania.
Gli effetti di questa contraddizione stanno diventando sempre più evidenti, anche se finora sono stati messi in ombra dagli iniziali risvolti virtuosi della moneta unica, che hanno provocato un temporaneo periodo di grazia dovuto ai bassi tassi di interesse dell’euro. Ciò ha dato fiato ad un boom economico accompagnato dalla creazione di bolle immobiliari (soprattutto in Spagna e Irlanda) e dall’aumento di prezzi e salari.
Tutto ciò aveva fatto gridare al miracolo economico. Invece, purtroppo, la crescita non è stata accompagnata da un aumento della produttività, e i PIGS hanno così subito una poderosa perdita di competitività sia a livello internazionale, sia nei confronti della Germania, che invece in questi anni ha applicato una severa politica di contenimento dei salari. Non per niente le esportazioni della Grecia nel 2009 sono scese del 17,5%.
La gabbia costituita dall’Unione monetaria non consente più a questi Paesi di ricorrere come in passato alla svalutazione delle monete nazionali e li obbliga invece ad applicare severissime misure di rigore con pesanti effetti sul piano sociale.
Ma il recupero della competitività è più facile a dirsi che a farsi, perchè di fronte ai PIGS si trova una efficiente macchina produttiva come la Germania e poi perchè devono applicare politiche di rigore in una realtà caratterizzata da recessione e alta disoccupazione.
Così, malgrado il calmarsi della situazione, la crisi ellenica potrebbe rappresentare l’anteprima di una «tragedia greca» estesa ad altri Paesi europei, dato che fra i PIGS la situazione non è affatto migliore. Per esempio la Spagna è confrontata con un deficit pubblico pari all’11% del PIL (pur avendo un debito relativamente contenuto). Il PIL spagnolo non è affatto trascurabile: è il quarto in Europa ed è pari a cinque volte quello greco. Ma come farà il paese a risanare la situazione visto che negli ultimi due anni ha registrato la peggiore caduta di entrate pubbliche della zona euro (passando dal 41,1% al 34,6% del PIL) e che la disoccupazione è raddoppiata in poco tempo al 20%, anche a causa della perdita di competitività dovuta a salari saliti ad un ritmo del 4% negli ultimi dieci anni?
Per giunta, l’Unione europea non offre uscite di emergenza, come un indebolimento dell’euro o un’inflazione più alta, dato che queste opzioni sono contrarie allo stesso DNA della Banca centrale europea e della Germania.
Per questi Paesi il prezzo da pagare per l’adesione all’euro, malgrado i benefici iniziali, si sta rilevando estremamente elevato, soprattutto in termini sociali. D’altra parte nella storia le unioni monetarie non sono mai state indolori: la creazione degli Stati nazionali in Europa ha provocato secolari sacche di povertà che devono ancora dissolversi. Inoltre il tentativo di introdurre una certa solidarietà fra i paesi dell’Ue è rischioso, perchè se non si risolve il problema di fondo potrebbe mettere in moto un meccanismo tipo Cassa per il Mezzogiorno di dimensioni continentali.
Eurolandia si trova in una fase estremamente delicata della sua storia. Dalla risposta che riuscirà a dare a questa crisi dipenderà il futuro dell’Unione monetaria e dell’intera costruzione europea.
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