
di GIANNI RIGHINETTI - Dopo mesi di valutazioni, rapporti e forzature, per la politica cantonale è arrivato il momento di chiudere un controverso capitolo: quello che ha visto al centro dell’attenzione, ma soprattutto delle speculazioni, l’Azienda elettrica ticinese (AET). Nella prossima sessione di Gran Consiglio, in agenda dal 22 marzo, il plenum sarà chiamato ad esprimersi sui conti 2007 e 2008, anni contraddistinti dalla partenza volontaria di Paolo Rossi e dalla scelta di Reto Brunett, licenziato dal Consiglio di amministrazione nell’agosto del 2009 e tuttora sotto inchiesta penale.
Entrambi appartengono ormai al passato. Rossi alla prima era di fibrillazione del mercato dell’energia, un momento in cui l’AET si è trovata repentinamente ad un bivio: cercare di cavalcare l’onda, oppure rinunciare e soccombere. È stata scelta la prima via, che si è dimostrata pagante nell’interesse del Ticino, ma che ha comportato anche alcuni inconvenienti. I cosiddetti danni collaterali, come alcune partecipazioni che hanno prodotto meno del previsto o generato perdite. L’era Brunett, per contro, rimane avvolta più da dubbi (che l’inchiesta penale dovrà appurare) che da fatti e certezze aziendali.
Da troppo tempo l’AET è imbrigliata in un perverso meccanismo che, attribuendo alla politica il controllo, finisce con il generare conflitti e appetiti infiniti. Da troppo tempo su questo dossier ci si attende una prova di oggettività e maturità. E da troppo tempo questa attesa è resa vana dalla prima variabile.
Ma oggi c’è un rapporto politico che va finalmente e in maniera inequivocabile nella direzione della chiarezza. Non si tratta della valutazione sull’audit della KPMG elaborato dal socialista Werner Carobbio (tra l’altro in conflitto d’interesse dato che ha trattato un periodo in cui sua figlia Marina sedeva nel CdA dell’AET). Parliamo invece del rapporto sui conti 2007 e 2008 nel quale si legge chiaramente: «La situazione patrimoniale di AET è certificata dal bilancio consolidato 2007, rispettivamente 2008. I riferimenti a «possibili perdite» di centinaia (!) di milioni di franchi, dalle nostre verifiche e dalle informazioni oggettive contenute, non trovano riscontro nella realtà». Affermazione che ha convinto la stragrande maggioranza della Commissione dell’energia e che è il frutto di un lavoro a quattro mani, quelle del liberale radicale Corrado Solcà e del socialista (e mai tenero con AET) Graziano Pestoni. Complessivamente sono 14 su 17 i commissari che l’hanno sottoscritta. All’appello mancano solo Carobbio nonchè i leghisti Rodolfo Pantani e Donatello Poggi. Come dire, solo alcuni irriducibili negatori della realtà. La Commissione dice quanto il vertice sostiene da anni, ovvero che l’AET era ed è sana e tra questi c’è anche il militante della Lega Fabio Badasci che, ragionando con la sua testa, ha «disobbedito» al diktat anti-AET che da sempre viene promosso dal presidente Giuliano Bignasca (non da ultimo membro del CdA delle AIL).
Il Gran Consiglio verrà presto chiamato ad una prova di maturità che, se verrà superata senza essere infarcita dai ridondanti stereotipi, farà finalmente chiarezza.
Il quesito è: credere a chi parla con cognizione di causa, come il vertice dell’AET e una commissione parlamentare, oppure a chi spara la cifra più grossa lasciando intendere che dietro questo agire ci siano estremi di rilevanza penale (non rilevati però dal Ministero pubblico) o fantasiose mancanze di liquidità tali da mettere in dubbio il versamento degli stipendi?
Discutere della bontà o meno di alcuni progetti, come sarà il caso nella stessa tornata parlamentare per la partecipazione in una centrale a carbone in Germania, è il sale del dibattito politico. Perseverare nella denigrazione di un’azienda che conta 190 dipendenti, una cifra d’affari lorda di oltre 1,2 miliardi di franchi e che ogni anno versa nelle casse dello Stato 20-30 milioni di franchi, è polemica fine a se stessa che nasconde interessi poco nobili.
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