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Commenti CdT | Editoriale - 27 ago 2010 05:00

Alla ricerca della ripresa perduta

di ALFONSO TUOR - Questa fine settimana nel tradizionale incontro annuale organizzato dalla Federal Reserve a Jackson Hole nel Wyoming i banchieri centrali provenienti dai principali Paesi del mondo dovrebbero discutere in modo informale delle sfide macroeconomiche di questo decennio; in realtà i dibattiti si incentreranno sulle misure da prendere nei prossimi mesi per evitare la ricaduta in recessione dell’economia americana e la riacutizzarsi della crisi dell’euro. Come sottolinea il capoeconomista di UBS Investment Bank, George Magnus, la ripresa economica generata dalle eccezionali misure di stimolo fiscali e monetarie prese l’anno scorso per evitare l’abisso ha perso slancio. Non è quindi prevedibile una riduzione della disoccupazione né una stabilizzazione del mercato immobiliare americano, mentre si accrescono i rischi di recessione e di deflazione. In questa situazione il consiglio dell’economista di UBS è chiaro: le banche centrali non devono esitare e devono riprendere a stampare moneta, poiché è meglio essere criticati per aver favorito una ripresa dell’inflazione piuttosto che essere criticati per aver spinto l’economia in deflazione. Secondo George Magnus, mentre «si sa come si può combattere l’inflazione, in caso di deflazione ci sarà solo caos».
Ed è quanto la banca centrale statunitense ha intenzione di riprendere a fare, come ha confermato lo scorso 10 agosto, quando ha annunciato che avrebbe ripreso il programma di acquisti di titoli statali americani, seppure usando solo i rimborsi delle obbbligazioni acquistate in precedenza che giungono a scadenza. Ed è quanto la Banca centrale europea comincia a considerare, come suggeriscono le parole del presidente della Bundesbank, Axel Weber, secondo il quale occorrerà lasciare aperte fino alla fine del 2011 le linee di credito di emergenza con cui approvvigionare di liquidità le banche europee. Dunque si è prossimi ad una svolta delle polituiche monetarie. È pure prevedibile che ben presto negli Stati Uniti si torni a discutere della necessità di un nuovo pacchetto di stimolo fiscale, mentre in Europa si litigherà sulla bontà e soprattutto sulla sostenibilità delle misure di riasparmio adottate dai Governi per tamponare la crisi dell’euro.
Insomma, si somministrano forti dosi di anfetamine ad un’economia che non riesce a reggersi sulle proprie gambe, sperando che con il passare del tempo queste brevi riprese «drogate» producano il miracolo di mettere in moto una crescita sana e duratura. Nulla di nuovo sotto il sole: questo modo di procedere è esattamente quello che hanno seguito le autorità giapponesi. I risultati sono noti: il Giappone ha evitato che si attivasse una spirale deflazionistica (ossia una caduta rapida di prezzi e salari) e che vi fosse quindi una crisi profonda dell’economia; è riuscito ad avere una crescita media annua superiore all’1% (anche grazie al fatto che il resto del mondo cresceva rapidamente), ma non è riuscito a debellare la deflazione (ossia una lenta diminuzione dei prezzi) e ad innescare un processo di crescita che non dipendesse da un continuo aumento del debito pubblico e dalla stampa di moneta da parte della banca centrale. Ora, in particolare negli Stati Uniti si ha intenzione di seguire la stessa strada, che indubbiamente ha il pregio di far guadagnare tempo.
E’ dunque interessante interrogarsi per quali ragioni non emergano soluzioni diverse. I motivi sono molteplici. Innanzitutto gli economisti, come sottolinea giustamente George Magnus di UBS, non hanno ricette chiare e soprattutto dai risultati certi per combattere la deflazione. Il secondo motivo è che le altre soluzioni ipotizzabili richiedono un cambiamento dei criteri economici oggi in voga e un riorientamento dell’economia (dai consumi privati verso gli investimenti pubblici; dalla finanza verso l’economia reale). Dunque richiedono anche un cambiamento degli orientamenti dell’opinione pubblica e della politica che non è ancora iniziato. E’ quindi probabile che si continui a lungo con queste misure di emergenza, anche se ciò equivale a camminare su una lama di rasoio con tutti i rischi che ciò comporta. In primis che un evento non previsto o non gestito adeguatamente, come ad esempio una nuova crisi dell’euro, faccia precipitare la situazione.

27.08.2010 - 05:00
Alfonso Tuor
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