
di GIANCARLO DILLENA - Nel giorno in cui cinquantacinquemila fra bambini, ragazzi e giovani studenti tornano in classe vorrei proporre ai loro genitori – ma anche ai loro nonni e ai loro fratelli maggiori – un esercizio. Chiudano gli occhi per un momento e si chiedano qual’è la cosa che è loro rimasta più impressa delle loro passate esperienze scolastiche.
Sono pronto a scommettere che la maggior parte, dopo un attimo di riflessione, finirebbe coll’indicare la figura di uno, forse due o tre docenti. Non quella sessione d’esame che pure ha provocato tanta ansia; neppure, per qualcuno, quell’anno ripetuto, in concomitanza con una crisi di turbamenti puberali; men che meno i contenuti dei programmi, che si sovrapponevano l’un l’altro stagione dopo stagione e che poi, alla prova del lavoro e della vita, hanno presto rivelato i loro limiti e la loro natura effimera. Può darsi che qualche regola grammaticale, qualche «trucco» per ricordare le formule, per i più anziani qualche testo classico mandato a memoria resistano fra i ricordi. Ma anch’essi collegati comunque a quella maestra o a quel professore, che con ostinata perseveranza cercava di «inculcarli» (come si diceva una volta) ai propri allievi.
Poiché alla fine, al centro del rapporto educativo, dalla scuola dell’infanzia all’università, rimane sempre, da sempre, il fattore umano. È l’insegnante, con la sua personalità, con la sua preparazione, ma soprattutto con la convinzione e la passione per il suo mestiere a lasciare veramente il segno. Diventa credibile agli occhi dei suoi allievi nella misura in cui lui (o lei) per primo crede davvero in quello che racconta. E diventa davvero efficace nel suo ruolo quando ci mette le sue emozioni, quando fa passare nelle parole e nei numeri, ma anche nel tono di voce, nei gesti, nel calore che si avverte quando parla, le emozioni che prova. Se è entusiasta saprà entusiasmare, anche su argomenti apparentemente aridi. Se lo fa solo perché deve farlo, perché ha scelto questo mestiere pensando agli orari e alle vacanze, perché era l’unico mondo che conosceva, nemmeno il più rafinato arsenale di strumenti attinti alle moderne scienze dell’educazione riuscirà mai a dargli quella scintilla che sa accendere il motore interiore della voglia di conoscere e di capire.
In passato – parlo di un passato oramai lontano – era più facile trovare questa scintilla? Probabilmente. Quando la scuola era più semplice, riflesso di una società anch’essa più semplice, l’insegnante era favorito da un’autorità e un prestigio riconosciuti. E questo rafforzava le sue motivazioni. Ma anche allora c’erano docenti mediocri, talvolta scadenti, pronti a sfogare sugli allievi le loro frustrazioni con meschina cattiveria.
Oggi tutto è indiscutibilmente più complicato. L’insegnante rischia di sentirsi solo l’ingranaggio di una grande macchina, che procede a fatica fra gli attriti e gli strepiti di una società viepiù conflittuale, pronta a chiedere alla scuola tutto e il contrario di tutto e a farne il capro espiatorio di ogni problema.
Non di meno loro ci sono ancora. E continuano a lasciare il segno. Sono i docenti che nel loro mestiere ci credono. Che quando parlano in classe delle quattro operazioni, piuttosto che della scoperta dell’America, dell’economia alpestre o dei versi di Rimbaud sanno far vibrare l’aria e l’anima degli allievi. Non tutti, fra quest’ultimi, ne sono subito consapevoli, stuzzicati da mille stimoli, più allettanti, che vengono da fuori. Ma non ci vorrà molto perché, dissolto il fumo delle effimere distrazioni pirotecniche, se ne rendano conto. Non ci sarà bisogno di invecchiare e di coltivare le nostalgie dei vecchi (a volte un po’ sospette, bisogna riconoscerlo, perché nutrite di rimpianti). Basterà – per questo all’inizio chiedevo di fare l’esercizio anche ai fratelli maggiori – qualche anno e qualche esperienza di confronto con la realtà quotidiana del lavoro, della famiglia, dei rapporti sociali, per ripensare a quella maestra o a quel prof. e riconoscere il segno, prezioso e indelebile, che hanno lasciato.
Teniamoceli stretti, questi insegnanti. Diciamoglielo, quando sono bravi. E, quando è giusto, riconosciamoglielo anche tangibilmente. Non permettiamo che la «problematizzazione» critica di tutto, l’inseguimento ossessivo dell’innovazione tecnologica, l’inerzia e la mediocrità altrui li risucchino e li travolgano. Perché il vero, insostituibile, preziosissimo cuore pulsante della scuola restano loro. Oggi, come ieri, come domani.
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