
di GERARDO MORINA - Il 28 agosto 1963 fu il giorno in cui, dai gradini del monumento a Lincoln, Martin Luther King incantò l’America e il mondo con il celebre discorso «I have a dream», momento cruciale nella battaglia per i diritti civili e contro la segregazione razziale. Il 28 agosto 2010 verrà ricordato come il giorno in cui, con un’analoga anche se meno nutrita calata su Washington da ogni parte degli Stati Uniti, il popolo di destra che fa capo al movimento del Tea Party ha cessato di essere una semplice frangia radicale per trasformarsi in un protagonista a tutti gli effetti dell’odierna politica americana: non un terzo partito, ma una forza trasversale che intende raccogliere tutto il malcontento di chi guarda a Washington e a Obama come minacce alla propria libertà individuale. A fare da alfiere di questa rivolta (la guida spetta forse più che a ogni altro a Sarah Palin, ex candidata presidenziale al fianco di John McCain) è stato Glenn Beck, quarantaseienne presentatore della Fox News, il canale di proprietà di Rupert Murdoch che ha fatto del radicalismo di destra la sua bandiera, arrivando così a superare a livello di pubblico la storica CNN. La sinistra USA è ovviamente inviperita, ma i seguaci di Beck non si lasciano intimidire, forti di un consenso dimostrato non solo dalla folla presente sabato a Washington (tra le 300 mila e le 500 mila persone secondo gli organizzatori), ma dall’ultimo sondaggio della CBS in base al quale tre americani su 10 appoggiano ormai il Tea Party e di questi il 13 per cento si considera democratico. Il movimento, che ha appena un anno di vita e si chiama Tea Party perché si ispira alla rivolta del tè del 1773, culmine delle proteste contro le tasse senza rappresentanza imposte da Londra alle colonie americane, invoca oggi una nuova rivoluzione contro l’establishment di Washington. «Don’t tread on me» («Non calpestatemi») è il grido di battaglia dei nuovi coloni che hanno sostituito l’impero britannico con tutto ciò di negativo e coercitivo che emana dalla capitale degli Stati Uniti. Simili ai contadini muniti di forcone resi celebri dal dipinto «American Gothic» di Grant Wood del 1930, i Tea Party vogliono rappresentare oggi quel cuore dell’America che si ribella a tasse eccessive, che non si riconosce (più) nel «socialista» Barack Obama e che non si arrende a quello che considerano lo strapotere dei «liberal» americani, colpevoli, a loro avviso, di rafforzare lo Stato sociale, di limitare i diritti dei cittadini e di non avere polso abbastanza fermo contro l’immigrazione clandestina. Lo sfondo in cui nasce il movimento è forse più religioso che politico (Dio e Paese dei Padri fondatori sono per loro un binomio inscindibile) e si rifà a un Grande Risveglio protestante, considerato ancora insufficiente dallo stesso Beck, il quale dice apertamente di rimpiangere l’epoca della «Black Robe Brigade», i combattivi predicatori protestanti sempre vestiti di nero che fecero sentire la loro presenza durante la guerra che portò all’indipendenza dal Regno Unito. Patriottismo, liberismo e fede religiosa (a rimarcare la base teologica protestante su cui sono nati gli Stati Uniti) sono i cardini intorno a cui ruota il messaggio del movimento, volto a ripristinare un ordine «perduto». La loro arma è un populismo «porta a porta» adottato dai militanti del «Freedom Works», un’armata composta da migliaia di attivisti pronti a setacciare l’America per rintracciare e convincere i «veri americani».
Come hanno dimostrato sabato scorso a Washington, con il loro raduno tenutosi proprio nel 47. anniversario della marcia sulla capitale del reverendo King, i Tea Party non intendono lasciare ai democratici l’esclusività delle icone rappresentate dal predicatore di colore assassinato nel 1968 e dalla figura del presidente Abramo Lincoln, ma ne rivendicano anzi l’eredità in quanto universale e trasversale alle forze politiche. «Siamo noi oggi i veri eredi e custodi del movimento dei diritti civili», afferma Beck, che non teme le ire della sinistra pronta a gridare al sacrilegio. «Avete la stessa spina dorsale e gli stessi valori morali di Washington, Lincoln e Martin Luther King», gli fa eco Sarah Palin. «Sono valori che vi sosterranno come hanno sostenuto loro. Con orgoglio, siamo uniti, ripristiniamo l’onore dell’America». Se ai tempi del reverendo King il nemico era la segregazione razziale, oggi da combattere è, secondo il movimento, l’invadenza di uno Stato onnipresente nelle vite dei cittadini americani. I principi annunciati dai simpatizzanti del Tea Party non sono nuovi, ma fanno parte dei numerosi movimenti populisti di destra (ma anche di sinistra) di cui è costellata la storia americana, dall’American Liberty League che si accanì contro il «New Deal» di Franklin Delano Roosvelt, alla John Birch Society fondata nel 1958 sulla base di un forte anticomunismo e di uno spiccato americanismo che non risparmiò neppure di bersagliare la figura di John Fitzgerald Kennedy, all’oggettivismo della scrittrice morta nel 1986 Ayn Rand («La fonte meravigliosa» e «La rivolta di Atlante»), una corrente filosofica basata sull’indivualismo, l’egoismo razionale e il capitalismo libertario.
Ma oggi le radici del radicalismo della destra americana vanno cercate su un terreno più concreto: la crescente polarizzazione della politica USA (a destra come a sinistra), gli affanni di consensi in cui si trova il presidente Obama, la crisi economica e la conseguente paura del futuro che investe tutti i cittadini USA. I quali, nelle elezioni di metà mandato previste per il prossimo novembre saranno chiamati a scegliere tra la suggestione di posizioni estremistiche e il rassicurante rifugio del centro, sia in casa repubblicana, sia in quella democratica. Il pendolo continua ad oscillare.
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