
di GERARDO MORINA - Alla conferenza stampa tenutasi a conclusione della recente ripresa dei negoziati israelo-palestinesi a Washington, seduta sorridente tra i due protagonisti Benjamin Netanyahu e Abu Mazen, c’era lei, Hillary Clinton. L’occasione è servita alla Segretaria di Stato USA per rimarcare il suo ruolo sempre più attivo in politica estera: non più e non solo semplice diplomatica al servizio del suo presidente, ma – per quanto riguarda il dossier Medio Oriente – autonoma mediatrice di pace. A lei sono in molti a riconoscere l’incessante sforzo organizzativo per far sì che le due parti ritornassero al tavolo dei negoziati, un compito che la vedrà di nuovo in primo piano quando le trattative riprenderanno il prossimo 14 settembre in Egitto. Per Hillary, fattasi già apprezzare a livello internazionale per essere stata diretta parte in causa nel favorire l’accordo di normalizzazione firmato lo scorso ottobre a Zurigo tra Turchia e Armenia, questo potrebbe essere il test più importante della sua carriera. La sua abilità dovrà ora consistere nel mantenere serrato e produttivo il dialogo mediorientale facendo uso di quell’insieme di sagacia, leadership, abilità comunicativa e arte della conciliazione, prerogative con le quali si sono distinti sempre in campo mediorientale illustri predecessori come Henry Kissinger e James Baker. Finora la signora di Foggy Bottom si è avvalsa della stretta collaborazione dell’inviato speciale USA per il Medio Oriente George Mitchell, impegnato in settimane di spola tra Gerusalemme e Ramallah. Mitchell rimmarrà il consigliere principe, colui che si ispira a precedenti modelli di composizione di conflitti etnici, come quelli sperimentati in Irlanda del Nord e in Bosnia. Ma a tenere sempre più le redini sarà la stessa Hillary alla quale si deve il recente smussamento della posizione di Obama per quanto riguarda le resistenze israeliane. L’accordo sulla ripresa dei negoziati diretti israelo-palestinesi è stato ottenuto grazie a un compromesso tra le parti. Netanyahu ha accettato la richiesta palestinese di stabilire una chiara scadenza finale, fissandola ad un anno.Abu Mazen ha accettato la richiesta israeliana di non mettere alcuna precondizione. Si ricorderà che la Segretaria di Stato era personalmente intervenuta lo scorso marzo per protestare con lo stesso Netanyahu dopo l’annuncio della costruzione di nuove unità immobiliari israeliane a Gerusalemme est, annuncio fatto da Tel Aviv in coincidenza con la visita in Israele del vicepresidente USA Joseph Biden. Il contenzioso sugli insediamenti ebraici rimane e rischia di far fallire le attuali trattative. Ma il tono delle proteste da parte di Washington si è attutito per puro pragmatismo: non solo perché diversamente nessuna ripresa dei negoziati sarebbe stata possibile ma soprattutto per ragioni di politica interna. Nessuno a Washington si nasconde infatti che il vero nuovo motore dei negoziati mediorientali è costituito dalle elezioni di metà mandato che si svolgeranno tra sessanta giorni in una prospettiva di calo o di sconfitta per i voti democratici. Obama e Hillary Clinton hanno quindi bisogno di giocare una carte decisiva in politica internazionale, da abbinare al recente ritiro USA dall’Iraq. Il sempre maggiore coinvolgimento della Segretaria di Stato nella causa mediorientale presenta nello stesso tempo rischi non indifferenti. In genere le passate amministrazioni USA aspettavano la fine del loro mandato prima di lanciarsi in compiti di medizione nel groviglio israelo-palestinese. Oggi Washington ha fissato un periodo non superiore a un anno entro il quale i negoziati diretti israelo-palestinesi dovranno avere una conclusione. Ciò significa che se i negoziati falliscono, l’esito negativo si ripercuoterà su Hillary Clinton mentre ancora quest’ultima sarà nelle sue piene funzioni di Segretaria di Stato.
Ne consegue che il tempo stringe per tutti. Per gli Stati Uniti l’accordo in Medio Oriente è un passo necessario per affrontare con successo la questione Iran. Il regime islamico lavora per espandere la propria influenza sulla regione e cerca di costituire un arsenale nucleare nonostante gli appelli e le sanzioni della comunità internazionale. In un’inusuale intervista congiunta concessa la scorsa serttimana alle televisioni israeliana e palestinese, Hillary Clinton ha espressamente parlato del preoccupante aumento dell’estremismo ideologico di stampo iraniano in Medio Oriente. L’Iran continua a dichiararsi contrario ad un accordo tra Abu Mazen e Benjamin Netanyahu perché se nascesse, con l’accordo di Israele, uno Stato palestinese, il regime di Teheran si troverebbe in enormi difficoltà: il principale motivo è che in quel caso avrebbe fine quello stato permanente di instabilità che da 62 anni caratterizza tutto il Medio Oriente, favorendo la strategia degli ayatollah, che è quella di esportare la rivoluzione khomeinista. Da parte americana, invece, disinnescare la «mina palestinese» può rafforzare i regimi arabi amici e aprire la porta ad un tavolo ancora più allargato,coinvolgendo magari anche la Siria. Non a caso Hillary ha definito quella attuale «un’occasione unica». Se fallisse, sarebbe lei per prima a farne le spese.
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