di MORENO BERNASCONI - Nel 2010 la Svizzera ha dovuto far fronte ad una acuta crisi finanziaria globale e a tre difficili contenziosi bilaterali: quello diplomatico con la Libia e soprattutto quelli politico-finanziari con gli Stati Uniti e con alcuni Paesi europei (Germania e Italia in primis). Il bilancio provvisorio di queste crisi è meno grave del previsto. Il pericoloso contenzioso con gli USA è stato archiviato. Se la vertenza fiscale con Roma è lungi dall’essere risolta, quella con la Germania sembra aver trovato una via d’uscita soddisfacente (che potrebbe fare scuola). I due ostaggi svizzeri sono stati liberati e l’economia svizzera finora ha retto abbastanza bene al terremoto finanziario.
Evidentemente i contraccolpi della bancarotta di diversi Stati europei e la conseguente crisi dell’Euro hanno colpito pesantemente anche il nostro Paese: il crollo dell’euro e il rafforzamento del franco svizzero hanno mandato in fumo miliardi della Banca nazionale e rendono la vita difficile al made in Switzerland. Ed è difficile valutare per ora come e quanto incideranno sulla piazza finanziaria elvetica le concessioni fatte sul segreto bancario e soprattutto se altre non saranno inevitabili. Al di là di questo bilancio provvisorio, le crisi frequenti con cui siamo confrontati rendono tuttavia impellente una riflessione su un paio di quesiti strategici: 1. Il nostro statuto di outsider è ancora un vantaggio per difendere gli interessi della Svizzera nel nuovo contesto globale? 2. L’impronta politico-economica tradizionalmente liberaldemocratica della Svizzera è ancora un vantaggio per garantire il diffuso benessere del nostro Paese?
La posizione di outsider, politicamente neutrale rispetto alle superpotenze, ha fruttato molti benefici al nostro Paese durante l’Ottocento e il Novecento. La Svizzera ha costruito le basi della propria ricchezza (centri di ricerca scientifica, banche, industrie e comunicazioni) durante il boom economico e tecnologico della seconda metà dell’Ottocento approfittando di uno statuto neutrale riconosciuto dai Paesi egemoni e di una collocazione geografica di importanza strategica al centro dell’Europa, importanza di cui la Gotthardbahn è emblema e veicolo. Nel ventunesimo secolo lo statuto speciale elvetico non è più nell’interesse dell’Europa. La Svizzera è ancora un buon partner economico e AlpTransit un benvenuto mezzo per velocizzare i trasporti sull’asse Nord-Sud, ma nella nuova Europa allargatasi ad Est sono diventate strategiche anche altre direttrici, a cominciare da quella Est-Ovest e quella fra l’Est e l’Adriatico. Per di più, la piazza finanziaria elvetica – agli occhi di Stati europei indebitati e impegnati a scongiurare un collasso finanziario – appare complice di facoltosi cittadini che anziché sostenere l’erario del loro Paese evadono il fisco. E non è certo il momento più propizio per obiettare che una fiscalità equa in questi Paesi non li farebbe fuggire all’estero.
Non aspettiamoci comprensione. Tanto più che l’UE sta perdendo peso di fronte al boom di nuovi grandi attori politico-economici (Brasile, Russia, India, Cina…). Prepariamoci quindi a trattative dure e difficili con l’UE dimostrando fermezza ma anche capacità di trovare soluzioni, giacché la nostra economia dipende in larga misura dall’Europa. E ampliamo la nostra rete di alleanze con Paesi a noi affini sui nuovi scacchieri extraeuropei. Alleanze utili anche politicamente se vogliamo essere rappresentati dove si prendono le decisioni e/o dove si possono stringere vincoli preziosi (FMI, G20 finanziario, ONU). Una riflessione si impone anche sull’orientamento socio-politico-economico del nostro Paese. Dopo anni di rigore finanziario e di basso indebitamento, sotto la gestione Villiger la liberale Svizzera aveva perso il controllo di una sana politica finanziaria. Merz e Blocher furono eletti nella speranza di invertire quella tendenza. E in parte è stato fatto. Checché se ne dica, Hans-Rudolf Merz è stato un ottimo Gran Tesoriere. Ma il problema va oltre la gestione delle finanze: riguarda le condizioni quadro e le opportunità offerte in Svizzera all’economia e al mercato e le incognite di un Welfare che rischiano di aggravare la crisi attuale. Quanto costerà e come si potrà finanziare uno Stato sociale che dovrà farsi carico di grandi malati e grandi anziani? Quali riforme sono necessarie affinché il sistema regga e non diventi iniquo?
Oggi su questo punto si scontrano in Svizzera due visioni estreme (propugnate da due partiti che si compiacciono in posizioni oltranziste di sinistra e di destra) che paralizzano le riforme anziché favorirle. Se si vuole evitare il declino del sistema sociale elvetico (che ha fatto le sue prove perché si regge su un discreto equilibrio dei rischi e della distribuzione dei costi fra pubblico e privato, fra cittadino e Stato), è tempo che le forze politiche riscoprano senso di responsabilità e disponibilità a realizzare larghe intese. E che i cittadini premino il senso di responsabilità anziché lasciarsi incantare dalla retorica populista degli opposti proclami.
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