

di GIANCARLO DILLENA - I media dovrebbero tacere i nomi delle vittime di reati (e incidenti), a meno di essere espressamente autorizzati dagli interessati o dai loro stretti familiari. Non solo: dovrebbero evitare di dare informazioni che potrebbero portare indirettamente a identificarli. Così non si potrebbe più dire che il titolare della gioielleria X è stato aggredito e malmenato da un rapinatore e si trova in coma all’ospedale.
Queste disposizioni, che pongono forti limiti all’informazione del pubblico, dovere fondamentale dei media, sono contenute nel nuovo Codice di procedura penale federale, entrato in vigore il primo gennaio scorso. Analoghi limiti sono imposti alla cronaca giudiziaria, cioè ai resoconti di inchieste e processi.
Le intenzioni del Legislatore – e degli esperti che hanno redatto le nuove norme – sono in parte comprensibili e lodevoli. Si tratta di tutelare prima di tutto le vittime, ma anche gli autori di certi reati minori, dalla cosiddetta «gogna mediatica», i cui effetti a volte devastanti si possono constatare ogni giorno guardando oltre confine. Ma che la situazione svizzera giustifichi questo giro di vite, anche solo in un’ottica preventiva, resta molto opinabile. Anche perché la questione presenta molte sfaccettature e anche qualche vistosa controindicazione.
Nel nostro Paese conosciamo già da tempo le restrizioni alla pubblica informazione per i reati che toccano i minori. Il caso più evidente è quello del bambino molestato sessualmente che, in caso di denuncia del molestatore, non deve poter essere identificato. Una norma condivisa e rispettata dai media. Che però, all’atto pratico, si traduce spesso in una protezione più formale che sostanziale. Nelle piccole comunità l’identificazione della vittima non è difficile e le conseguenze si vedono. Inoltre, se – per restare volutamente sulle generali – si parla ad esempio di un episodio avvenuto in «una scuola di un villaggio sopracenerino» il rischio è di gettare un’ombra su una cerchia allargata di persone del tutto estranee, innescando smentite e soprattutto alimentando una diffusa e insidiosa «cultura del sospetto».
L’applicazione di queste regole anche a reati meno «sensibili», come chiede il nuovo codice, suscita perplessità anche di altro tipo. L’opinione pubblica tende a considerare l’omissione di certe informazioni come una indebita «copertura» dei personaggi coinvolti. È il caso dei condannati dalle Assise correzionali, dei quali, per prassi consolidata, non si fa il nome, se non per i personaggi pubblici. Secondo certuni bisognerebbe applicare la stessa regola anche a chi compare davanti ad una Corte criminale, quindi per reati più gravi. Una tutela che però è guardata assai criticamente da una vasta parte dell’opinione pubblica, che chiede ai media trasparenza e completezza di informazione, così da garantire alla collettività la possibilità di meglio proteggersi dagli abusi e da chi li commette.
Il conflitto fra le diverse esigenze – protezione degli individui e protezione della collettività, libertà di informazione e pericolo di eccessi – è oggettivo e non facilmente risolvibile. Poiché ogni soluzione ha delle controindicazioni, non sempre adeguatamente considerate da chi definisce le norme e da chi le approva in sede politica. Di solito la via prediletta è quella delle restrizioni e dei divieti, nell’illusione che la censura – poiché di questo si tratta, inutile nascondersi dietro un dito – permetta di tutelare meglio non solo i singoli, ma anche la collettività. Nel senso – non dichiarato ma spesso sottinteso – che quest’ultima deve essere «protetta anche da se stessa» (ad esempio quando l’indignazione potrebbe innescare spirali pericolose, nel segno del pregiudizio e della «vendetta»).
Ma è meglio in grado di affrontare questi problemi una società aperta e informata o una società «tutelata» dall’alto con silenzi e omissioni? Una società che attinge le sue informazioni dai media, in modo puntuale e identificabile? O una società che, in mancanza di ciò, si rivolge a canali paralleli incontrollabili (che la tecnologia oggi mette alla portata di chiunque), crogiolo di derive di ogni tipo?
Che ci vogliano delle regole, anche in ambito mediatico, è indubbio. Ma che la censura sia la soluzione migliore – anche se la più semplice – è tutto da dimostrare. Ne sono consapevoli molti cittadini e i giornalisti chiamati ad assolvere il loro dovere di informazione nel dedalo delle nuove norme. Ma anche molti magistrati, a cominciare dal nuovo procuratore generale ticinese John Noseda, cui va dato atto di un approccio aperto e ragionato alla questione. Ma anche la ragionevolezza si scontra con i limiti di una normativa che, per rimediare a possibili eccessi in un senso, rischia di produrre effetti perversi di portata ancor maggiore.
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