

di GIANCARLO DILLENA - Quali fattori hanno regalato alla Lega il travolgente successo scaturito ieri dalle urne? Come prenderanno, oltre San Gottardo, il successo del movimento di Bignasca? Come si ridisegneranno gli equilibri politici in seno al nuovo Consiglio di Stato? Che cosa cambierà all’interno della Lega stessa, ora che di seggi in Governo ne ha due? E che succederà, dopo la batosta, in casa liberale-radicale? Quali lezioni possono trarre i partiti tradizionali dal verdetto popolare?
Sono questi gli interrogativi sollevati dal risultato del voto. Un risultato chiaro e inequivocabile, annunciato e paventato nelle ultime fasi della campagna elettorale. Ma che viene da lontano, da un cambiamento profondo del tessuto che compone la base elettorale: sempre più svincolata dalle logiche che governano e con cui governano i partiti tradizionali; e sempre più incline a premiare chi mostra, anche se in modi a volte discutibili, di essere attento a cogliere e raccogliere le sue inquietudini. Magari soffiando a sua volta sul fuoco, ma con l’indubbia capacità di riconoscere subito la brace, anche sotto la cenere. Al contrario di chi, troppo fiducioso nella solidità di mura storiche in realtà pericolosamente consunte, si è concentrato ancora una volta sulle lotte interne di potere, giustificate per di più con la riesumazione di dispute d’altri tempi.
Ma, per completare la risposta al primo interrogativo, non si può non leggere il risultato ticinese di ieri nel contesto delle tendenze nazionali, a cominciare da quella alla polarizzazione della scena politica. La ritrovata unità d’intenti fra Lega e UDC da un lato, ma anche il successo dei Verdi dall’altro, mostrano che anche il Ticino, a suo modo, segue queste spinte. Ne dovranno tenere conto, volenti o nolenti, anche quei Confederati che troppo spesso dipingono il Cantone italofono come propaggine poco affidabile e contagiata da vizi importati da sud. Vedremo presto, con l’approssimarsi delle elezioni federali, in quale misura temi (e magari anche toni) sentiti in queste settimane riecheggeranno anche oltralpe, stemperando certe differenze più apparenti che sostanziali.
Venendo agli equilibri interni al Consiglio di Stato, al di là delle inevitabili «sparate» a caldo del leader leghista, molto dipenderà soprattutto dai rapporti personali. Un sistema di alleanze predefinite, oltre che difficilmente praticabile in questo momento, finirebbe col legare troppo le mani a tutti. Meglio – in primis per gli stessi leghisti – una situazione «aperta», in cui giostrare a seconda delle situazioni, vista anche la geometria variabile adottata fin qui dal movimento su molti temi, a dispetto della sua sommaria collocazione «a destra» da parte degli avversari. Inoltre non bisogna enfatizzare il reale potere del Governo, i cui margini di manovra sono spesso assai ridotti.
Il rischio di «impasse» – anche alla luce delle esperienze fatte nella scorsa legislatura – non è comunque da sottovalutare. Se si innescasse, magari su spinte esterne, un meccanismo di ripicche e veti incrociati, in effetti la paralisi sarebbe garantita. Con un rischio di logoramento innanzitutto per la Lega, che non potrà certo muoversi d’ora in poi come si è mossa fin qui. Esaurita l’euforia per la vittoria, la ricerca di nuovi equilibri interni sarà la principale sfida che dovrà affrontare. La sua nuova posizione accentuerà appetiti, dichiarati e sotterranei, portando seco potenziali tensioni, a cui non basterà più rispondere con un generico «ognuno per sé e la Lega per tutti». Vedremo.
Una sfida evidentemente ancor più difficile è quella che attende il grande perdente di questo weekend: il PLRT. Un’autocritica severa appare inaggirabile. Ma con quali obiettivi? Trovare semplicemente dei capri espiatori o andare alla sostanza dei problemi? Affrontare finalmente la questione della coabitazione di mentalità e sensibilità molto diverse o tentare semplicemente di rabberciare un’unità di facciata? L’ostinazione mostrata fin qui da certe componenti nel perseverare (diabolicamente) sulla strada dei conflitti logoranti non incoraggia all’ottimismo. Anche qui, vedremo.
Un analogo esercizio si impone a PPD e PS che, pur avendo preservato i loro seggi e mostrato di saper gestire bene i duelli interni, devono comunque fare i conti con perdite di consenso non indifferenti. Quanto ai Verdi, è giusto che festeggino, anche se il loro successo è tutto da interpretare (attualità internazionale? rimescolamento a sinistra? altro?).
Saranno i dati del Gran Consiglio a definire con chiarezza gli effettivi, nuovi rapporti di forza fra gli schieramenti. Il segnale dato ieri dalle urne è comunque troppo forte e troppo chiaro perché qualcuno possa considerarlo, per l’ennesima volta, passeggero o frutto di contingenze particolari. È proprio questo atteggiamento che sta alla base delle perdite subìte dagli antagonisti della Lega, primo fra tutti il PLRT. Ma anche una risposta tipo «facciamo come la Lega» sarebbe sicuramente troppo semplice. Quel che occorre è un cambiamento sostanziale non tanto dei «modi di comunicare», come si dice fin troppo spesso, ma piuttosto dei «modi di pensare». Rivalutando la capacità di ascoltare le preoccupazioni che percorrono il Paese. E dimostrando, prima di giudicarle, di capirle.
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