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Commenti CdT | Editoriale -  7 giu 2011 06:00

I pericoli dell'Arabia infelix

di GERARDO MORINA - Nel 25 avanti Cristo, Gaio Elio Gallo, prefetto d’Egitto, guidò per volere di Augusto una spedizione in quella che allora era denominata «Arabia felix», corrispondente agli attuali Yemen e Oman. Fu una spedizione non del tutto fortunata, l’esercito romano venne decimato da epidemie. L’appellativo di «felix» rimase comunque legato a quella parte meridionale della Penisola arabica: «felix» perché fioriva non solo grazie al commercio degli aromi indigeni e delle spezie orientali ma, in particolar modo in quello che dall’VIII secolo a.C. era conosciuto come «Regno di Saba» (il vero e proprio Yemen odierno), perché eccelleva in imponenti opere di regolazione idrica e d’irrigazione. Se oggi a fare dello Yemen un Paese «felix» rimane soprattutto la sua impareggiabile posizione topografica, a renderlo «infelix» è invece la sua cultura tribale e la sua situazione politica, talmente scottante da essere fonte di preoccupazione anche in Occidente.
Le cronache dicono che anche lo Yemen ha tentato di avere una sua «primavera», ma il tentativo è fallito e il quadro che ne risulta è dei più desolanti, sia che il presidente Saleh venga prima o poi destituito, sia che faccia ritorno a Sanaa dall’Arabia Saudita dove si trova in convalescenza dopo essere stato ferito nel corso di un attacco al suo palazzo presidenziale.
Chi comanda davvero nel Paese è il figlio di Saleh, Ahmed, capo della potente Guardia Repubblicana ed è lui che ha preso le redini lasciate libere dal padre. L’opposizione, fortemente attaccata dalle forze lealiste, è capeggiata dalla famiglia Al Ahmar che a sua volta guida la confederazione tribale Hashid. Ciò che preoccupa i governi occidentali è il collegamento di questa famiglia con i radicali sunniti. Sunnita è metà della popolazione yemenita, nel centro e nel sud del Paese (Aden), mentre il potere al nord (la capitale Sanaa) è in mano agli zaiditi, seguaci di un ramo dello sciismo. Per un osservatore profano la situazione non è solo di per sé confusa, ma anche impossibile da decifrare con precisione senza affidarsi alla competenza di uno studioso come Massimo Introvigne, che spiega: «Nella parte settentrionale dello Yemen del Nord, con centro nella città di Saada, esiste un forte movimento armato detto Huthi che ha sempre dato noia al presidente Saleh e che protesta contro quella che considera la distruzione dell’identità zaidita dei tempi della monarchia. Benché Saleh sia egli stesso zaidita, il suo tipo di islam “ecumenico” e secolarizzatore è accusato di diluire l’identità zaidita. Saleh accusa a sua volta gli Huthi di essere filo-iraniani e di voler riavvicinare, anche nello stile religioso, gli zaiditi agli sciiti duodecimani dell’Iran».
Divisioni religiose e tribali dunque, aiutate dal fatto che a una popolazione di 20 milioni di persone corrisponde un egual numero di armi da fuoco che circolano nel Paese. A Sanaa negli ultimi dodici giorni ci sono stati oltre 135 morti e non sono più i soldati del regime che sparano sui manifestanti disarmati, ma i soldati contro i clan, in un crescente clima di guerra civile. Come se non bastasse, lo Yemen, il più povero dei Paesi arabi nonostante la sua produzione petrolifera, si trova sull’orlo di un disastro economico. Le tribù ostili sabotano gli oleodotti e tagliano la rete elettrica. Scarseggia il gas e il diesel per i generatori. I prezzi dei generi alimentari sono saliti alle stelle. E in più si è creata una cronica mancanza d’acqua, il cui prezzo si è ora quintuplicato. In tali condizioni e in mancanza di una tregua negli scontri auspicata anche dai Paesi europei, lo Yemen rischia la catastrofe umanitaria, tale da generare a sua volta un altro imponente esodo di profughi.
L’Occidente scopre così la rilevanza dello Yemen e ha più di un motivo per essere allarmato. Non sfugge infatti l’importanza geografica e strategica di un Paese, lungo le cui coste passano tra le più importanti rotte marittime del mondo, determinanti per il transito del greggio e già minate dalle scorrerie dei pirati del golfo di Aden. Non solo. A nord e a ovest, lo Yemen ha un poroso confine con l’Arabia Saudita, la quale, non indenne da forze disgreganti al suo interno, teme l’effetto contagio che interverrebbe ulteriormente a minare la stabilità del Regno. Inoltre, il reale pericolo di uno scenario Somalia. Gli islamisti somali puntano a rinforzare i contatti con i loro fratelli yemeniti, pronti ad approfittare di una situazione di caos e anarchia. Infine, l’insidia del terrorismo. Nessuno dimentica che in Yemen vive uno dei più carismatici predicatori della nuova generazione di Al Qaeda. Si chiama Anwra Al Awlaki, parla inglese ed è un maestro nell’uso di Internet quale mezzo per fare nuovi adepti e diffondere la strategia terroristica dell’organizzazione, che certo non è morta con l’uccisione di Bin Laden.

7.06.2011 - 06:00
Gerardo Morina
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