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Commenti CdT | Editoriale -  22 lug 2011 05:15

Il naufragio dell'UE non è un bene

di FABIO PONTIGGIA - Le prospettive dell’Unione europea sono pessime. La crisi di solvibilità di alcuni Stati membri (la Grecia è quello maggiormente in difficoltà, ma Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia non godono di buona salute) mette a repentaglio la tenuta dell’unione monetaria, cioè dell’euro. E se, in un modo o nell’altro, dovesse naufragare la moneta unica, l’intera architettura dell’UE sarebbe a sua volta a rischio.
Il fallimento – per alcuni possibile, per altri probabile – dell’Europa unita non è un bene per nessuno. Si può e si deve essere critici con l’UE, soprattutto qui in Svizzera, ma non si può essere ciechi di fronte alle conseguenze che un suo eventuale smembramento potrebbe avere nel Vecchio continente, del quale facciamo parte anche noi.
La storia ci ha detto più di una volta cosa accade in un’Europa disunita nei suoi contrapposti nazionalismi. La costruzione europea, voluta dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, ha bene o male garantito quasi sette decenni di pace. Chi ha vissuto di persona la drammatica e insensata realtà della guerra appartiene oggi ad una minoranza della popolazione europea. Per chi non l’ha vissuta, è un esercizio quantomai salutare il dialogo con gli anziani che sono stati testimoni degli eventi bellici. Nessuna causa, nessun obiettivo, per quanto nobile o altamente desiderabile, ha un valore tale da giustificare la guerra offensiva, cioè l’uso indiscriminato della forza delle armi da parte di uno Stato per sopraffarne altri con le rispettive popolazioni.
Nemmeno è necessario andare troppo indietro nel tempo per constatare dove portino i nazionalismi esasperati e cavalcati a briglia sciolte. Abbiamo visto tutti, durante gli anni Novanta, cosa è successo nella piccola parte disunita dell’Europa unita che andava allora allargando i suoi confini: violenze e crimini inauditi nella ex Jugoslavia smembratasi dopo la fine del totalitarismo socialista di Tito. È Europa pure quella, anche se non tutta inserita nell’Unione.
La crisi debitoria nell’UE e il crollo dell’euro possono aprire scenari inquietanti? È probabile che nessuno oggi risponda affermativamente. Tuttavia, una volta innescato, l’eventuale processo di disintegrazione dell’UE sarebbe difficilmente controllabile. I segnali di un revival del peggior nazionalismo economico, seppur vestito elegantemente (almeno per ora), ci sono tutti. Per non parlare dei populismi di diverso e opposto colore e della virulenza verbale che li accompagna. Queste involuzioni si intrecciano con la crescente ostilità popolare verso i principi dell’economia di mercato fondata sulla concorrenza e la competizione, che presuppone mercati aperti, anzi – e meglio – un mercato unico in cui le merci possano circolare e i servizi possano essere offerti e forniti liberamente ed essere scelti altrettanto liberamente. La storia insegna che dove i beni con valore economico non possono passare pacificamente, senza ostacoli di natura politica, v’è il rischio che arrivino i carri armati a imporne il passaggio non libero, ma selettivo.
La crisi di solvibilità che travaglia oggi l’UE è tale da minare le fondamenta dell’Europa unita e aprire inquietanti scenari sul medio-lungo termine? Difficile dire. Ciò che si può dire è che questa crisi è figlia anche delle debolezze strutturali dell’Unione e che queste debolezze sono simili a quelle che in passato hanno impedito alle varie forme di unioni fra Stati sovrani - o di società delle nazioni sovrane - di evitare i conflitti bellici, a dispetto dei nobili intenti a parole perseguiti nei trattati costitutivi. Tra gli Stati che formano ad esempio gli USA o la Svizzera non vi è rischio bellico perché le tre competenze sovrane fondamentali (moneta, esercito, imposte) sono state delegate allo Stato centrale, pur in un contesto federalistico che lascia ampie autonomie sul fronte fiscale. L’UE è invece una semplice unione di Stati ancora largamente sovrani, non è una federazione di Stati che hanno deciso le medesime deleghe di poteri. I Paesi membri hanno rinunciato (e nemmeno tutti) soltanto alla prerogativa di battere moneta. E proprio quest’ultima, cioè il pilastro su cui poggia l’UE, oggi è in piena crisi e rischia il tracollo. Gli eserciti restano nazionali e le imposte sono prelevate liberamente dagli Stati.
Sebbene si porti dietro la nomea del centralismo, istituzionalmente parlando l’UE è meno centralista degli Stati Uniti e della Svizzera. Un’Europa federalista sarebbe più centralizzata, cioè con maggiori competenze delegate allo Stato europeo (quegli Stati Uniti d’Europa così ben immaginati e disegnati da Luigi Einaudi). Non a caso oggi si parla dell’esigenza di avere un Ministero europeo delle finanze e del fisco, per evitare i dissesti che si sono prodotti in questi anni nei conti pubblici.
È anche vero che gli strumenti alternativi a disposizione dell’UE per evitare la crisi di solvibilità, oggi letteralmente esplosa, non sono stati usati e sono stati anzi ridicolizzati a turno dai singoli Paesi quando l’economia andava bene e l’euro era forte: dalla Francia alla Germania, dalla Grecia all’Italia, sui vincoli di bilancio (debito pubblico pari al massimo al 60% del PIL e deficit annuale non superiore al 3% del PIL) sono piovuti anatemi di ogni genere (camicia di forza, regole stupide). Alle debolezze strutturali della costruzione europea si sono sommate in altri termini scarsa lungimiranza politica e supponenze nazionali. Oggi è arrivata la fattura pesantissima. E se l’euro cade e l’UE si divide o si smembra, non si torna ai piedi della scala: si scende molto più in basso.

22.07.2011 - 05:15
Fabio Pontiggia
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