

di GERARDO MORINA - Altro che «una tempesta in una tazza da té», come dicono gli inglesi di una situazione da ridimensionare. Altro che «molto rumore per nulla» di shakespeariana memoria. Ha le dimensioni di una vera buriana istituzionale e politica quella che sta scuotendo il Parlamento britannico in seguito allo scandalo dei rimborsi spese dei deputati (vedere servizio a pagina 2), vicenda che ha causato ieri le dimissioni di Michael Martin, «speaker» ovvero presidente della Camera dei Comuni. È l’episodio più grave in 300 anni di storia parlamentare inglese, da quando cioé nel 1695 l’allora presidente della Camera Sir John Trevor fu messo alla gogna per aver accettato tangenti durante il regno di Guglielmo d’Orange. Nell’attuale circostanza nessuno, va detto, ha infranto la legge. Ma , fatto ugualmente grave da un punto di vista etico, è stata tradita la fiducia dei cittadini inglesi. La popolazione è sdegnata per uno scandaloso abuso di denaro pubblico. All’origine dello scandalo è la leggerezza con cui i deputati (più o meno di tutti e tre i principali partiti) hanno presentato conti per rimborsi spese utilizzati per scopi personali e completamente estranei alla funzione pubblica svolta. A titolo di esempio vi è chi ha fatto passare come spese da rimborsare il mutuo dell’appartamento-rifugio per la figlia studentessa, la ristrutturazione della casa di campagna, la donna delle pulizie del fratello (sarebbe il caso dello stesso premier Gordon Brown) e così via. Ci sono stati, è vero, rimedi in extremis come la corsa da parte di molti parlamentari a restituire migliaia di sterline di rimborsi contestati, prima ancora che la magistratura intervenga ad appurare le appropriazioni indebite. Ma il vaso si è rotto e, di fronte alle denunce continue dei giornali, in special modo del «Daily Telegraph», è montata a dismisura la rabbia degli inglesi (già toccati dalla crisi economica) per una casta politica profittatrice e non più all’altezza dei suoi compiti. Come spesso accade in queste vicende, c’era bisogno di un capro espiatorio e a farne le spese è colui che era più a portata di mano,ovvero lo «speaker» Michael Martin. A fargli perdere il posto è un insieme di accuse. In primo luogo quella in base a cui si sarebbe mostrato più preoccupato del fatto che il «Daily Telegraph» fosse entrato in possesso dei documenti dei rimborsi che della necessità di far luce sullo scandalo. Anziché farsi garante delle apprensioni del pubblico e dimostrarsi imparziale, Martin avrebbe «difeso gli interessi costituiti» della «casta» di Westminster. Un’altra accusa nei suoi confronti è di non aver gestito al meglio alla crisi, non solo insabbiando lo scandalo, ma anche non mostrandosi sufficientemente e tempestivamente permeabile alle riforme neccessarie per impedire le pratiche illecite di cui si sono macchiati i deputati. C’è infine anche chi dice che Martin,scozzese di Glasgow, cattolico, con un passato da operaio e da sindacalista, sia stato preso di mira dallo «snobismo» dei suoi colleghi parlamentari, che non hanno mai esitato a ricordargli le sue umili origini. Ma tutto questo, frutto in gran parte di giochi interni al Parlamento, al cittadino britannico importa relativamente meno del fatto sostanziale: ovvero che Martin, terza carica più autorevole del Regno Unito dopo la Regina e il primo ministro nonché tramite primario non più, come un tempo, con il monarca di turno ma oggi essenzialmente tra Parlamento e popolo, incarni il simbolo di un legame di fiducia istituzionale che è venuto platealmente meno.
Per capire l’indignazione degli inglesi occorre passare brevemente in rassegna figure,pratiche e prerogative da sempre ritenute sacre nel sistema istituzionale britannico. La prima è la figura del «civil servant», del funzionario pubblico che, appunto perché è pubblico, deve essere ritenuto al servizio del cittadino ed essere al di sopra di ogni sospetto. La seconda è il concetto di «accountability» ovvero quel dovere di render conto delle proprie azioni che instaura , oltre ad un autocontrollo, anche uno speciale rapporto di fiducia basato sulla affidabilità dell’individuo. La terza è il tacito valore delle cosidette «Best practices», ovvero quella raccolta di «esempi»(nel senso latino di «exempla») opportunamente formalizzati in regole che si dà per scontato che chiunque ricopra un incarico pubblico è tenuto ad osservare.La quarta e ultima è il rispetto sacrosanto che deve esistere per il denaro dei contribuenti.Invece l’attuale scandalo ha dimostrato esattamente il contrario : che i deputati del Parlamento (in inglese «honourable members») sanno essere in buona parte tutt’altro che «honourable» e che Westminster ,madre di tutti i Parlamenti, può anche trasformarsi, come ha ripetutamente scritto il quotidiano «The Times», in un «Manure Parliament», un «Parlamento di letame». Come dire, parafrasando Shakespeare che nel suo «Amleto» si riferiva alla Danimarca, «c’è del marcio nel Regno di San Giacomo».
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