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Commenti CdT | Editoriale -  16 gen 2012 05:00

Quante rughe nel sistema proporzionale

GIANNI RIGHINETTI - Tra le questioni ciclicamente dibattute della politica ticinese c’è il sistema elettorale, più precisamente il passaggio dal vigente proporzionale al maggioritario. Un’idea che ha contraddistinto le ultime legislature; quella che si concluderà nel 2015 non fa eccezione. A rilanciare il dibattito sono state due iniziative generiche dell’UDC, primo firmatario Marco Chiesa, che mirano ad inserire il principio nella Costituzione cantonale, per poi affrontare in un secondo tempo l’applicazione nell’elezione di Governo e Parlamento. I due testi hanno quasi due anni, ma in realtà l’allora Commissione dei diritti politici li ha affrontati solo marginalmente. Le decisioni che contano andranno prese da quella che si è insediata dopo le cantonali del 2011. Giovedì scorso si è tenuta la prima audizione del proponente, siamo quindi ancora molto lontano da una presa di posizione chiara su una tematica che, per attaccamento all’apparentemente intoccabile consociativismo, è sempre stata affrontata con sufficienza dalla politica. Eppure, oggi più di ieri, ci si dovrebbe interrogare seriamente sull’efficacia dell’attuale sistema e sul possibile o auspicabile cambiamento.
Nella legislatura 2007-2011 in Ticino si è assistito ad un’attività governativa non propriamente scoppiettante: diversi dossier che non hanno trovato naturale sbocco in una decisione nel primo biennio, quando dovrebbe avere il sopravvento la politica del fare, non sono più stati presi in mano nella parte conclusiva del mandato di Governo e Parlamento per effetto delle ricorrenti convenienze elettorali che conducono da sempre all’immobilismo politico-amministrativo. Una situazione che vale ad esempio per la principale politica del Cantone, quella finanziaria, che trova responsabili nell’intero collegio governativo, ma anche tra i novanta membri del Gran Consiglio.
Allo scadere del primo anno mancano solo tre mesi, eppure ad oggi il Governo non ha presentato le Linee direttive e il Piano finanziario (questa settimana sarà quella buona?), ha proposto un preventivo con qualche misura di risanamento incassando un netto no dal Legislativo. E nello stesso tempo i parlamentari non hanno fatto altro che sottrarsi da uno dei loro compiti istituzionali, evitando scientemente di avanzare proposte sostitutive.
C’è una mancanza di chiarezza nell’azione politica accompagnata da un pericoloso deficit nell’assunzione di responsabilità a tutti i livelli. Se nei prossimi mesi non ci sarà un chiaro mutamento di rotta si dovrà parlare dell’ennesimo blocco dell’attività politica, a livello sia esecutivo che legislativo. Fino al 10 aprile c’erano delle maggioranze che, all’occorrenza, si costituivano per fare avanzare i progetti strategici del Governo, oggi questa possibilità risulta di mese in mese più sbiadita. Se due partiti governativi come la Lega e il PS si astengono in aula su un preventivo significa che qualcosa non funziona, che il sistema scricchiola.
A dare segnali di malcontento sono stati anche i cittadini, dapprima nel 2007 scegliendo con decisione la scheda senza intestazione, poi nel 2011 punendo il PLRT e gli altri partiti storici e premiando nel contempo la Lega. A quest’ultima è stato dato un importante mandato popolare, ma l’impressione è che tra i capricci del comandante di via Monte Boglia, l’esitazione dei suoi ministri a fare un deciso passo avanti senza guardare in faccia a nessuno e la commedia del nutrito gruppo parlamentare chiamato a seguire lo spartito, all’orizzonte non vi sia nulla di buono.
L’affannosa ricerca del consenso, trasformata da mezzo in fine ultimo dell’azione politica, ha condotto i partiti nuovi e vecchi a perdere di vista l’azione concreta. Oggi le forze politiche si dimostrano molto abili nell’attribuirsi il merito di una proposta, sempre più si assiste a litigi e comunicazioni stampa per sottolineare «l’avevamo detto prima noi». Ma il più delle volte queste risultano essere azioni sterili, di facciata e prive di contenuto. Detto più chiaramente: non c’è più la consapevolezza della responsabilità. In questo senso un cambiamento di registro s’impone e per modificare la tendenza in atto occorrono decisioni forti, chiare e profilate. L’esatto contrario di quanto messo in atto finora. Il cambiamento del sistema elettorale e quindi di governo, potrebbe dare una svolta positiva? È perlomeno lecito porre la questione e sarebbe doveroso affrontarla in modo adeguato, senza preclusioni.
Il sistema maggioritario stabilisce chi ha la responsabilità delle scelte e chi deve fungere da guardiano. Ovvero chi sta al Governo (o a supporto dello stesso) e chi all’opposizione: potrebbe essere una soluzione.
Il consociativismo con la sua idilliaca idea di collaborazione in nome di un interesse superiore mostra parecchie rughe e non dà più risposte afficaci ai problemi con cui siamo oggi confrontati. Una decisione di questo spessore non è facile e troverà una volta ancora numerosi oppositori. Non è un caso che la risposta nasca da un partito che non siede in Governo. Per sciogliere il nodo occorre uscire dalle mere logiche di partito, nella consapevolezza che una riforma in senso maggioritario rimetterebbe in discussione l’attuale assetto delle forze politiche.

16.01.2012 - 05:00
Gianni Righinetti
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