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Commenti CdT | Editoriale -  23 gen 2012 06:00

Referendum, tra Grono e le grane

di GIOVANNI GALLI - I cittadini di Grono saranno chiamati ad esprimersi sul moltiplicatore d’imposta, che il Consiglio comunale aveva deciso di portare dal 90% al 105%. Lo stesso avverrà nel Comune confinante di Roveredo, contro la decisione del legislativo locale di aumentare il coefficiente dal 103% al 120%. L’aprile scorso, a Coira, l’aumento del moltiplicatore per il solo 2011 dal 90% al 95% era stato respinto in votazione popolare, con una maggioranza dell’84%. Nel Canton Grigioni il referendum sul moltiplicatore è previsto dalla legge e, pur essendo usato in un numero limitato di casi, è considerato un atto del tutto normale; forse fastidioso per l’autorità, che in caso di sconfessione popolare deve rifare i compiti, ma sicuramente non un danno per l’istituzione comunale e men che meno per i cittadini contribuenti, liberi di avallare o di correggere le scelte finanziarie degli eletti, assumendosi le proprie responsabilità.
Vale la pena ricordare che cosa succede a pochi chilometri di distanza dal Ticino, nell’imminenza del dibattito in Gran Consiglio sulla referendabilità del moltiplicatore comunale, all’ordine del giorno della sessione che prende il via oggi a Bellinzona. Fino all’anno scorso il Ticino era ancora l’unico Cantone in cui il coefficiente d’imposta comunale era di esclusiva competenza dei Municipi. Questa delega è poi stata contestata da una sentenza del Tribunale amministrativo sul moltiplicatore di Losone, che ha dato una spallata a tutto il sistema. In prima battuta, per rimettersi in linea con i disposti costituzionali, era stato varato un decreto ponte che accordava ai Consigli comunali, pur entro certo limiti, la decisione finale. Adesso invece si tratta di stabilire se fermarsi qui o fare il passo successivo, introducendo il referendum facoltativo. Un passo in questo senso è auspicabile ma non scontato. Ci sono Cantoni in cui la procedura finisce con la decisione dell’Assemblea o del Consiglio comunale, altri che ammettono il referendum facoltativo, altri che prevedono addirittura il referendum obbligatorio e c’è chi, come il Canton Berna, lascia ai Comuni la libertà di introdurre nei loro regolamenti il referendum. Stretto fra la volontà di completare la riforma e il parere contrario della maggioranza dei Comuni, il Consiglio di Stato ha fatto sua questa soluzione «à la carte» e per certi versi pilatesca. In realtà il destino della doppia via è già segnato, perché in Commissione nessuno è d’accordo.
Il nodo del contendere si riduce pertanto al referendum facoltativo generalizzato. La maggioranza commissionale contraria, alla quale si è sorprendentemente aggregata anche la Lega, ha sposato la linea degli amministratori comunali, secondo i quali l'attribuzione della competenza al legislativo offre già sufficienti garanzie di coinvolgimento democratico. Trasferire la decisione a livello popolare, afferma, farebbe prevalere aspetti emozionali e si presterebbe a strumentalizzazioni, con conseguente allungamento dei tempi e rischio di paralisi dell’attività comunale. Giuridicamente la posizione è poco attaccabile, anche perché la possibilità di cambiare la decisione del Municipio è comunque data tramite l’intervento di un organo elettivo come il Consiglio comunale. Politicamente però la posizione è molto discutibile. Denota un atteggiamento di stampo autoritario e paternalistico, poco consono ad un contesto di democrazia diretta. Negare il referendum sul moltiplicatore sarebbe come ridurre i cittadini allo status di soggetti fiscali, tassabili ma non sufficientemente responsabili e maturi per mettere in discussione la volontà dell’autorità.
Il referendum aumenterebbe la conflittualità e renderebbe più difficile l’iter del moltiplicatore, ma questo non può essere preso a pretesto per mettere sotto tutela il corpo elettorale. Sembra di assistere più a un tentativo di evitare grane e di non perdere determinate prerogative, che ad un’autentica preoccupazione per i destini del Comune. La politica si nutre di confronto e non deve temere l’estensione dei diritti popolari. Tanto più se la proposta di legge prevede una serie di contrappesi in grado di garantire modi e tempi decisionali compatibili con le esigenze di una corretta amministrazione.
Il voto popolare sul moltiplicatore sarebbe invece il logico corollario di una riforma che non può essere lasciata a metà. Per ogni evenienza Giorgio Ghiringhelli ha già preannunciato un ricorso al Tribunale federale ed eventualmente il lancio di un’iniziativa popolare. Nel primo caso potrebbe andargli male, ma nel secondo avrebbe sicuramente più chance. Il successo sfiorato dell’iniziativa sull’agevolazione dei diritti popolari nei Comuni e il no all’abolizione degli assessori giurati sono un chiaro indicatore della sensibilità del «sovrano» alle sue prerogative. Che si tratti di moltiplicatori comunali, di opere pubbliche o di aerei militari, il discorso non cambia. A votare sono sempre meno, ma quei pochi che ci vanno tengono ad avere l’ultima parola. E non è detto che stiano sempre e per forza dalla parte dei referendisti.

23.01.2012 - 06:00
Giovanni Galli
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