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Commenti CdT | Editoriale -  24 gen 2012 06:00

Quella cassa che non va in pensione

di FABIO PONTIGGIA - Lo stato di salute della Cassa pensioni dei dipendenti dello Stato (CPDS) preoccupa i ticinesi. I conti del 2010 - esaminati ieri dal Gran Consiglio - hanno chiuso negativamente, quelli del 2011 saranno peggiori. Il Parlamento ha sollecitato il Consiglio di Stato a varare l’auspicata riforma per bloccare la tendenza e realizzare a medio termine un risanamento duraturo.
A dispetto del nome, la Cassa non ha solo assicurati e pensionati dello Stato. Oltre al Cantone, sono affiliati alla CPDS 64 Comuni e ben 82 enti esterni tra associazioni, aziende pubbliche, case per anziani, consorzi di vario genere, enti turistici, fondazioni private, istituti di natura sociale, scuole. Si tratta dunque di una realtà, tutta ticinese, molto importante.
I mali di cui la Cassa soffre sono noti. In primo luogo c’è il rapporto sfavorevole tra numero di assicurati attivi (che, con i datori di lavoro, pagano i contributi) e numero dei pensionati (che ricevono le rendite). Nel 2010 c’erano poco più di 14 mila assicurati attivi (per l’esattezza 14.097) e ben 6.443 beneficiari di rendite; vent’anni prima, nel 1991, gli attivi erano 10.747, i pensionati solo 2.701. Ciò vuol dire che mentre coloro che finanziano sono aumentati solo del 31%, i beneficiari sono più che raddoppiati (+138%). Ogni anno gli attivi aumentano meno dei pensionati: nel 2010 ci sono stati 247 affiliati in più rispetto al 2009 ma anche 301 beneficiari di rendita in più.
In secondo luogo, la Cassa pensioni dei dipendenti statali garantisce prestazioni molto elevate a chi va in pensione. Fino alle riforme realizzate tra la metà degli anni Novanta e la metà del passato decennio, il pensionato generalmente riceveva rendite che non erano state finanziate interamente dai contributi versati durante la vita attiva. Un tempo la Cassa era per questo definita una Rolls Royce (si pensi che erano sufficienti 30 anni di contributi per andare in pensione con una rendita, indicizzata, calcolata sull’ultimo stipendio percepito dal dipendente); oggi le prestazioni non sono più così elevate (occorrono ad esempio 40 anni di contributi e per la rendita, con indicizzazione solo in parte garantita, fa stato lo stipendio medio degli ultimi 10 anni), ma la Cassa è comunque una buona Mercedes.
In terzo luogo c’è il problema della redditività del patrimonio investito. Il Cantone ha voluto puntare sulla sicurezza degli investimenti, evitando operazioni se non azzardate perlomeno più rischiose, con una distribuzione degli investimenti mobiliari molto prudente. Questo naturalmente evita le disavventure, ma non dà redditi molto elevati.
La Cassa soffre infine del male comune a tutte le istituzioni previdenziali, anche all’AVS: il costante allungamento della speranza di vita. Che in sé è una tendenza molto positiva (vivere a lungo, dignitosamente, in buon salute è un indiscutibile progresso), ma ha effetti collaterali molto pesanti in termini di costi per tutti i sistemi pensionistici.
Il termometro che misura lo stato di salute degli istituti di previdenza è il grado di copertura, cioè il rapporto tra il capitale di copertura e gli impegni complessivi. Quello della Cassa pensioni dei dipendenti dello Stato ha conosciuto un degrado a tappe. Fino a tutti gli anni Ottanta era almeno pari al 95%; poi vi è stato un crollo fra il 1990 e il 1995, anno in cui il grado di copertura fu solo del 75% (a causa anche - ma non solo - dell’introduzione del libero passaggio integrale deciso dalla Confederazione); le successive riforme hanno consentito di migliorare leggermente e stabilizzare la copertura fino al 2001 (77%/79%); in seguito vi è stato un nuovo peggioramento, che ha portato il grado ad oscillare tra il 70% e il 73% fino al 2007; e infine un pauroso crollo nel 2008 (al 62%), con il tonfo delle borse, e una lieve risalita nel 2009 e 2010 (al 65%). Nel 2011, come detto, la situazione dovrebbe essere peggiorata.
A lungo termine (entro 40 anni) le Casse pensioni pubbliche, per legge votata dalle Camere federali, dovranno riportare il grado di copertura almeno all’80% (ma non più al 100% come avrebbe voluto il Consiglio federale). Il Consiglio di Stato ha stabilito come obiettivo per la CPDS l’85%. Il Cantone deve decidere in quale modo arrivarci. Il piano inizialmente elaborato per l’obiettivo del 100% sarà rivisto al ribasso entro l’estate e comporterà il passaggio dal primato delle prestazioni (stabilite e garantite per legge) al primato dei contributi (con prestazioni commisurate a quanto gli affiliati pagano durante la vita lavorativa). Ci saranno inevitabili sacrifici a carico degli attivi e dei pensionati, ma anche del datore di lavoro, cioè dei cittadini contribuenti.
Non si sa se il Governo intenda affrontare il nodo dell’età pensionabile: nello Stato si può andare in pensione già a 58 anni (con riduzione delle rendite); da 60 anni la rendita è massima se vi sono 40 anni di contribuzioni. Si ha inoltre diritto al supplemento sostitutivo dell’AVS, che non è interamente finanziato dai beneficiari. Questi vantaggi (o privilegi, secondo molti) diventano politicamente poco sostenibili o non sostenibili del tutto quando i cittadini non affiliati alla CPDS, che non godono generalmente di prestazioni paragonabili, devono mettere mano al borsello. Il ridimensionamento o l’abolizione di tali vantaggi non sarebbe capace, di per sé, di risanare la situazione finanziaria della Cassa, ma sdoganerebbe politicamente la fattura che in ogni caso, anche con il passaggio al primato dei contributi, lo Stato, e quindi i suoi contribuenti, saranno chiamati ad onorare.
La CPDS non è sull’orlo del collasso. Questo va detto a chiare lettere, perché le cifre sul disavanzo tecnico (ormai prossimo ai due miliardi di franchi) e quella sulla presunta perdita di 300 mila franchi al giorno possono indurre a conclusioni sbagliate. La Cassa non perde 300 mila franchi al giorno: aumenta di quest’importo il disavanzo tecnico, che nessuno deve finanziare perché si tratta di un debito teorico, per il quale non occorre farsi prestare denaro su cui si pagano poi gli interessi. Tuttavia un’inversione di tendenza è necessaria, perché la Cassa statale non può andare in pensione, ma deve continuare a garantire sul lungo periodo le rendite ai suoi affiliati senza pesare troppo sulle tasche dei cittadini.

24.01.2012 - 06:00
Fabio Pontiggia
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