

di MORENO BERNASCONI - Questa settimana le aziende svizzere che operano sul mercato dell’elettricità hanno annunciato a cascata bilanci catastrofici e tagli occupazionali pesanti. Il gigante zurighese dell’elettricità Axpo ha avuto un crollo dell’utile del 90% e annuncia la soppressione di 150 posti di lavoro. Alpiq, numero uno svizzero dell’elettricità, ha annunciato per la Svizzera il taglio di 170 impieghi. L’azienda bernese BKW, che già aveva annunciato di dover tagliare 250 posti di lavoro, annuncia un deficit di 150 milioni per il 2011.
Anche se tutte queste aziende sono direttamente legate alle centrali atomiche in Svizzera, sarebbe scorretto attribuire il difficile momento che stanno attraversando soltanto all’abbandono del nucleare. Le pesanti perdite e i tagli occupazionali dipendono da una rosa di concause – a cominciare dal franco forte – e in taluni casi anche da errori manageriali in una fase incerta come l’attuale.
Sarebbe altrettanto sbagliato, però, fare lo struzzo per non vedere le difficoltà e i problemi reali che la decisione di uscire dal nucleare hanno provocano per le aziende svizzere che da questo settore (che garantiva il 40% dell’approvvigionamento di elettricità) dipendono.
La svolta della politica energetica svizzera (decisa autonomamente mentre la pressione emotiva dell’incidente di Fukushima era ancora altissima – sarà difficile e assai dolorosa. Bisogna rendersene conto.
Non basta dire alle nostre aziende – come ha fatto Doris Leuthard alcuni giorni fa al Congresso delle aziende elettriche svizzere – «Non avete che da investire nelle energie rinnovabili!». La risposta del presidente della BKW Kurt Rohrbach fa riflettere. Per investire in modo redditizio ci vogliono condizioni quadro di mercato favorevoli (che non sono ancora date) e un piano strategico della politica energetica dei prossimi decenni realistico e non orientato velleitariamente solo al risparmio energetico e alla scommessa delle rinnovabili. Il loro potenziale – ha affermato Rohrbach – esiste, ma è limitato. La Svizzera, insomma, non è la Germania (dove i costi dell’energia sono già lievitati del 10% nel 2011). Non abbiamo il vento e le infrastrutture per sfruttarlo di cui dispone il vicino tedesco e non possiamo certo investire nel carbone come fa Berlino. Senza parlare del deal con Mosca per l’approvvigionamento di gas. I margini di manovra in Svizzera sono per ora stretti e anche se si cambia mentalità, si introducono misure di efficienza energetica e risparmio non si può sperare nei miracoli. Bisogna fare bene i calcoli. Di quanto si può aumentare la produzione idroelettrica senza andare incontro a problemi ambientali (e all’opposizione degli ecologisti che rallenta le decisioni)? Quanto costano in termini di inquinamento le centrali a gas e in che misura ci permettono di mantenere gli obiettivi dei limiti di CO2 attualmente fissati? Dove le localizzeremo e quanto entusiasmo susciteranno presso la gente che ci vive accanto? Saprete l’estate prossima al momento della pubblicazione della strategia energetica 2050, ha risposto ieri l’altro ai promotori dell’iniziativa Cleantech il Consiglio federale liquidando sommariamente la proposta della sinistra prima di aver messo le carte in tavola.
Non possiamo quindi far altro che aspettare per vedere. E auspicare che le trattative con Bruxelles per un’integrazione nel mercato elettrico europeo vengano condotte e vadano in porto rapidamente. Ma nel frattempo chi aveva già fatto investimenti importanti nel nucleare prima di Fukushima deve buttarli nel conto perdite e per contenere le perdite è costretto (anche) a licenziare.
Il cammino della svolta energetica appare tutto in salita. Ed è troppo facile anche affermare che il Cleantech produrrà 150.000 posti di lavoro. Bisogna creare le premesse affinché ciò accada. Senza avere nessuna certezza (e contando anche le perdite di posti a causa della svolta). Certo, occorre fare di necessità virtù ed essere pragmatici. L’economia di un Paese dinamico ed orientato al futuro deve essere flessibile a sufficienza per saper diversificare e modificare le proprie scelte a dipendenza dell’evoluzione del mercato e di circostanze esterne (naturali, economiche, tecnologiche) in grande e rapido mutamento. Ciò vale per la piazza finanziaria come per la politica energetica, come per l’industria. L’esempio virtuoso di Swatch potrebbe fare scuola. Il settore stava periclitando di fronte alla concorrenza internazionale, ma ha saputo reagire, innovare e rilanciarsi a livello mondiale rafforzando la propria leadership. Chapeau Monsieur Hayek! Chi sta a guardare e non investe nel futuro declina. Bisogna saper cambiare e innovare. Questa è la forza dell’imprenditoria svizzera vincente.
Prendiamo quindi esempio e investiamo anche in nuovi vettori energetici senza chiudere la porta all’evoluzione tecnologica del nucleare. Ma non facciamoci neppure illusioni: l’operazione sarà dolorosa, costerà sacrifici e impegno e soprattutto tanto pragmatismo. Con l’ideologia (pro o contro il nucleare) si macina solo aria. Non si produce un solo chilowattora.
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