

di LINO TERLIZZI - Ieri la chiusura del Forum mondiale di Davos, oggi il vertice dell’Unione europea sulla crisi dei debiti pubblici ed il nuovo Patto economico. La concomitanza dei due avvenimenti ha rafforzato una sorta di linea diretta che si sarebbe comunque manifestata, vista la portata dei problemi che incombono sulla UE ed in particolare sull’Eurozona. Quest’anno l’edizione del Forum è stata largamente caratterizzata dall’Europa, non solo per l’ampia presenza di politici ed imprenditori del Vecchio Continente ma anche e soprattutto, appunto, per la centralità della questione europea in questa fase.
A Davos si è parlato certamente anche di altre aree industrializzate e di Paesi emergenti ed in via di sviluppo, ma la scena è stata inevitabilmente occupata in larga misura dall’Europa. Il dibattito sul capitalismo, auspicato dagli organizzatori, in parte c’è stato, ma non è andato molto in là. Gli aspetti più concreti della crisi dei debiti e del rallentamento economico in atto hanno preso il sopravvento. La buona notizia è che la discussione teorica sui massimi sistemi non ha soffocato la discussione sulle risposte concrete da trovare ai problemi di adesso. La cattiva notizia è che non sono emerse molte risposte nuove.
Interessante è stata però la rappresentazione chiara delle diverse posizioni che si confrontano sulla questione economica europea. Posizioni che si scontreranno anche oggi, direttamente o indirettamente, al vertice di Bruxelles. Due soprattutto: quella della cancelliera tedesca Angela Merkel e quella del primo ministro britannico David Cameron. La Merkel ha aperto il Forum con un discorso molto chiaro, guardando già a Bruxelles. Per la Germania la riduzione immediata dei debiti pubblici dei Paesi dell’Eurozona in difficoltà è una priorità inderogabile. Altrettanto inderogabile per Berlino è la richiesta di garanzie sull’attuazione di misure di risanamento e di riforme ai Paesi che usufruiscono di aiuti. Se questi due punti verrano elusi o aggirati, la Germania chiuderà i cordoni della borsa. Accanto a questo, la Merkel ha dato un tocco in parte nuovo al suo intervento, sottolineando anche la necessità di fare riforme per creare maggiore occupazione. Per la verità, se si osserva l’esperienza tedesca di questi anni si può vedere come questo triangolo risanamento-crescita-occupazione fosse già presente nella pratica, ma la cancelliera ha voluto forse implicitamente controbattere a chi la accusa di guardare solamente all’austerità.
Diversa la posizione di David Cameron. Anche il premier britannico vuole la riduzione di debiti e deficit, certamente, ma per lui obiettivi e priorità in questa fase sono differenti. Cameron ha invitato a cercare più mercato e più liberalizzazioni per la crescita, ha lasciato chiaramente capire di essere felice che la Gran Bretagna non sia nell’area euro, ha invitato non troppo velatamente la Germania ad assumersi le sue responsabilità, visto che ha voluto l’euro e che da questo ha tratto e trae benefici. In pratica, Berlino se vuole mantenere l’Eurozona deve garantire che questa funzioni e non ponga problemi all’economia mondiale, senza eccessive condizioni sugli aiuti da dare.
Cameron ha espresso una posizione legittima e di respiro. Ma, al di là delle sue intenzioni, questa linea oggettivamente oggi rafforza quanti nella UE e nell’Eurozona vogliono isolare la Germania. E tra questi ci sono Paesi che hanno conti in ordine, ma ci sono anche Paesi che hanno conti in disordine e che vorrebbero ottenere aiuti senza troppi vincoli e senza fare troppe riforme. C’è dunque da chiedersi se lavorare per l’isolamento della Germania non sia un chiaro errore.
Stanno rinascendo timori sul mantenimento degli impegni da parte della Grecia, Paese che è entrato nell’euro con conti non veritieri e che poi ha aggravato la sua situazione. Ci sono nuove preoccupazioni sul Portogallo. Italia e Spagna stanno cercando il rilancio ma non sono ancora fuori dalla bufera. In questa situazione, non è sbagliato che la Germania difenda l’euro e ponga l’accento sulla riduzione dei debiti e sulle garanzie come passo immediato. Se l’euro entrasse in una nuova fase di acute difficoltà, nessuno ne avrebbe vantaggi, neppure la Gran Bretagna. E neppure la Svizzera, che vedrebbe nuovamente spinto al rialzo un franco già troppo forte.
I problemi politici e sociali legati alla riduzione dei debiti e deficit certamente ci sono. Ma vanno gestiti, anche perché puntare sulla crescita senza rimettere i conti pubblici gradualmente in ordine significherebbe solo rimandare di qualche tempo una nuova esplosione dello stesso problema. Per questo sarebbe auspicabile che il messaggio lanciato a Davos dalla Germania venisse ascoltato. Dentro e fuori l’Eurozona.
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