

di FABIO PONTIGGIA - Conta ancora, per i partiti ticinesi, avere un presidente autorevole, competente, credibile, abile, carismatico, trascinatore? Oppure i partiti possono farne a meno e accontentarsi di persone perbene e corrette ma prive di una forte personalità e di guizzi di genialità? La particolare situazione politica che il nostro Cantone ha vissuto nell’ultimo anno pone la questione.
Il Partito liberale radicale è attualmente senza presidenza. Dopo il decennio guidato da Giovanni Merlini, che aveva esasperato il conflitto interno legittimando di fatto anche metodi di lotta politica poco ortodossi, Walter Gianora, con la sua giovialità al di sopra delle parti, sarebbe stato il presidente ideale di un PLRT rappacificato. La luna di miele tra lui, il partito e le sue cosiddette anime è tuttavia durata poco. Riesplose le contrapposizioni interne, Gianora non ha saputo quali pesci pigliare ed è letteralmente svanito, in campagna elettorale, chiudendosi in un silenzio pubblicamente proclamato quale virtù, ma in realtà apparso a molti come un alzare bandiera bianca di fronte ad una situazione che avrebbe richiesto ben altra condotta. Dopo la sconfitta elettorale di aprile e prima di quella di ottobre, Gianora era stato sfiduciato dal rapporto Cavadini davanti al Comitato cantonale e si era poi dimesso a fine novembre.
Ora il partito di maggioranza relativa (in Gran Consiglio ma non più in Consiglio di Stato) è acefalo: lo guida un vertice formato dai tre vicepresidenti, cui si è aggiunto, con funzione di coordinatore, l’ex consigliere di Stato Gabriele Gendotti, che aspirava a prendere le redini lasciate libere da Gianora ma che era ed è contestato da una parte del partito e che – soprattutto – è stato nel frattempo nominato alla testa del Fondo nazionale della ricerca scientifica, una funzione con la quale la carica di presidente di partito si concilia male. Una commissione-cerca dovrà arrivare ad una scelta condivisa.
Il Partito popolare democratico ha invece un presidente che fino alla campagna per le elezioni cantonali si era dimostrato molto abile, brillante e autorevole, ma che ha avuto un lungo, troppo lungo periodo di elaborazione della sconfitta subita nella corsa al seggio pipidino in Consiglio di Stato, determinata dagli elettori non popolari democratici (dai quali Paolo Beltraminelli ha ricevuto una messe di voti decisiva). Giovanni Jelmini è sembrato sul punto di gettare la spugna dopo aver rinunciato a candidarsi al Nazionale. Solo due settimane fa ha sciolto i dubbi e ha deciso di restare alla testa del PPD per un altro quadriennio.
Il Partito socialista è senza un vero presidente addirittura dalla campagna per le elezioni cantonali, cioè da quando Manuele Bertoli scese in campo per diventare il successore di Patrizia Pesenti in Governo. Fabio Pedrina e Pelin Kandemir hanno guidato il partito come meglio hanno potuto in questi lunghi mesi, ma hanno dovuto incassare l’amara sconfitta alle federali, con la perdita di uno dei due seggi al Nazionale e il clamoroso autogoal agli Stati (Franco Cavalli ha mancato la storica elezione a causa del secondo voto socialista massicciamente dirottato sul liberale radicale Fabio Abate in funzione anti-Morisoli). La travagliata procedura per la scelta del nuovo presidente del PS cantonale si è sbloccata solo in questi giorni, con il passo indietro del «giovane» Nenad Stojanovic a beneficio dell’«anziano» Saverio Lurati (il quale tra l’altro era stato messo in un angolo – e non tanto signorilmente – proprio da Cavalli nei preparativi per la corsa alla Camera dei Cantoni).
Il PLRT dunque è ancora in alto mare, il PPD ha un presidente che deve risorgere, il PS si accinge, con poca convinzione e scarso entusiasmo, a dare l’investitura ad un presidente in pectore che non è certamente uomo del futuro.
Di fronte a questo nebuloso panorama dei partiti storici, la Lega marcia con il suo presidente a vita Giuliano Bignasca, che fa il bello e il brutto tempo tra momenti di euforia e creatività, da un lato, e pause di aridità politica segnate da sfoghi di inciviltà, dall’altro lato, mentre i Verdi, formalmente privi della carica di presidente, sono guidati con sicurezza e furbizia dal coordinatore Sergio Savoia, sottrattosi da tempo alla rigida schematizzazione destra/sinistra e divenuto anche per questo una spina nel fianco dei compagni del PS. L’Unione democratica di centro, infine, delusa in aprile ma premiata in ottobre grazie alla congiunzione con la Lega, dovrebbe gestire tranquillamente – unico tra i partiti storici – la transizione da Pierre Rusconi, eletto al Nazionale, a Gabriele Pinoja, ora presidente ad interim e probabile successore a pieno titolo dell’artefice della controversa campagna «bala-i-ratt».
È un caso che PLRT, PPD e PS, confrontati con presidenze in diversa misura difficoltose, siano in perdita di consensi e di seggi, mentre Lega, UDC e Verdi, risparmiati da questo problema, abbiano riscosso successi elettorali più o meno clamorosi? Non sembra proprio.
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