

di MORENO BERNASCONI - Contrariamente alle prime allarmistiche affermazioni del capo di Swissgrid Pierre-Alain Graf, a quanto pare il freddo non rischia di provocare un blackout della rete elettrica svizzera. Swissgrid stessa, l’Ufficio federale dell’energia e una pattuglia di esperti si sono precipitati ieri a relativizzare le affermazioni fatte da Graf alla NZZ, tentando di scaricare sul giornale la colpa per le preoccupazioni che avevano suscitato. Ma la correzione di rotta (per evitare un’ondata di panico) non toglie nulla al problema di fondo sollevato da Graf. Quale? Che la capacità della rete è insufficiente e va ampliata al più presto se non si vuole andare incontro al collasso. Qualcuno ha cercato di liquidare l’allarme di Swissgrid come il semplice tentativo di mettere le mani avanti qualora – in una situazione critica dovuta alla morsa del freddo – effettivamente capitasse una panne come quella di alcuni anni fa, che aveva provocato una valanga di critiche dell’Italia contro il nostro Paese. Se si analizzano le argomentazioni di Swissgrid e di altri esperti, si capisce però che non si tratta di una semplice «excusatio non petita».
L’attuale rete elettrica svizzera, segnatamente quella ad alta tensione, pone un problema reale a causa di almeno due fenomeni per noi relativamente nuovi. Il primo è la liberalizzazione del mercato elettrico, che la Svizzera intende d’altronde incentivare sottoscrivendo un accordo con i Paesi dell’Unione europea. Il nuovo ministro degli Esteri svizzero Didier Burkhalter l’ha posto fra le priorità (anche temporali) del suo Dipartimento. La liberalizzazione del mercato elettrico ha come conseguenza che le immissioni di energia elettrica sulla rete variano a dipendenza delle fluttuazioni dei prezzi: l’energia viene messa in rete là dove costa meno. Ciò aumenta l’instabilità e la difficoltà di gestione della rete con tutto ciò che comporta.
L’altro problema riguarda il ricorso crescente alle energie rinnovabili o alternative che si registra già oggi e che andrà accentuandosi in futuro anche per il nostro Paese, a causa dell’uscita dal nucleare. L’utilizzazione crescente di energia eolica o solare pone una sfida alla rete perché la sua produzione su larga scala non avviene localmente, come quella atomica prodotta attualmente in Svizzera, ma in regioni lontane dalle quali deve essere trasportata. La questione della capacità della rete e delle infrastrutture per il trasporto delle energie alternative è stato fin qui sottovalutato dai politici. Come è stato sottovalutato un fatto evidente: al sole e al vento non si comanda. L’inserimento nella rete dell’energia prodotta attraverso queste fonti è imprevedibile per definizione e tale resta anche se si sfruttano nuovi sistemi di immagazzinamento. Se si sommano i problemi provocati dalla liberalizzazione del mercato e quelli dovuti al crescente ricorso a energie alternative, se ne deduce che in un prossimo futuro avremo seri problemi di rete da risolvere.
Se le cose stanno così, allora dalla Strategia energia 2050 che ha promesso in tempi brevi il Dipartimento dell’ambiente e dell’energia dovrà emergere anche come si pensa di ristrutturare la rete del trasporto e della diffusione dell’elettricità in modo da garantire a lungo termine la sicurezza dell’approviggionamento in mancanza dell’energia elettrica (40% del fabbisogno) prodotta oggi dalle centrali nucleari. Tenendo conto del fatto che infittire di linee ad alta tensione un territorio come la Svizzera, dove la parte abitata è densa e quella pianeggiante assai ridotta, non è un gioco da ragazzi. E che il ricorso a più eolico in Svizzera (e conseguente moltiplicazione di giganteschi generatori) oppure la costruzione di centrali a gas (grandi inquinatrici) implica che si trovino località disposte ad ospitarle. Tutti problemi pratici che dovranno trovare una soluzione condivisa. Non sarà facile.
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