

di FABIO PONTIGGIA - In un periodo di tassi di interesse molto bassi diventa più che mai attuale la questione della tassazione della sostanza e in particolare del risparmio. Chi ha soldi in banca, investiti in modo prudente, all’insegna della sicurezza, da diverso tempo non ne trae praticamente alcun reddito. Continua però, naturalmente, a pagare le imposte su quel che ha messo da parte come frutto del suo lavoro.
Il dito nella piaga del trattamento fiscale della sostanza era stato messo un paio d’anni fa da uno studio realizzato dal Centro di competenze tributarie della SUPSI allora diretto dal prof. Marco Bernasconi. Archiviata la stagione della speculazione più aggressiva e dei guadagni facili, oramai messi all’indice quasi da tutti (anche da chi ci ha sguazzato per anni), si torna a preferire forme di investimento più tranquille e anche più trasparenti (uno dei problemi emersi con la cosiddetta nuova ingegneria finanziaria – se non il principale – è stato l’opacità degli strumenti nei quali i capitali degli investitori venivano impacchettati, ciò che ha finito per intaccare di fatto – come ha acutamente osservato l’economista peruviano Hernando De Soto – il diritto di proprietà).
Il guaio è che il risparmiatore prudente (i moralisti direbbero: non spinto dall’avidità) non solo non viene fiscalmente premiato, ma è quasi punito. La deduzione fiscale sugli interessi dei capitali a risparmio, riconosciuta dal nostro sistema tributario, è praticamente senza effetto da quando i premi di cassa malati (che beneficiano del medesimo trattamento) hanno raggiunto livelli molto elevati, per cui consumano l’intero margine dell’agevolazione concessa ai fini dell’imposizione del reddito.
Vale la pena riproporre un esempio già fatto in passato. Si prenda il caso di una persona sola, con un buon reddito (90.000 franchi di imponibile cantonale) che ha messo da parte un più che discreto capitale (500.000 franchi), tutto alla luce del sole, collocato su un conto di risparmio-investimento specificamente concepito per il lungo termine. Come vengono trattati dal fisco questa sostanza e il reddito che essa genera? Con i tassi remunerativi oggi applicati, pur in assenza di inflazione, la redditività di questo capitale è dello 0,5%, secondo un’ipotesi ottimistica (si tenga presente che il rendimento reale medio delle obbligazioni della Confederazione nell’ultimo mezzo secolo è stato dello 0,3% annuo). Il reddito effettivo nell’esempio fatto è quindi pari a 2.500 franchi all’anno, prima delle imposte. E le imposte (sulla sostanza e sul reddito della sostanza)? In Ticino, in un Comune con il moltiplicatore medio (80%), l’imposta cantonale e quella comunale su una sostanza di 500.000 franchi, prelevate ogni anno (considerata l’esenzione fino a 200 mila franchi), assommano a 738 franchi. A questo prelievo si aggiunge l’aumento delle imposte sul reddito: 2.500 franchi di reddito nominale (lo 0,5% di mezzo milione) che si aggiungono ad un imponibile di 90 mila franchi comportano un aumento di oltre 700 franchi tra imposta federale, cantonale e comunale (736 per la precisione). In totale, quindi, quasi 1.500 franchi di imposte supplementari, ciò che sfiora il 60% del reddito (2.500 franchi) conseguito con quel capitale. Siamo ai limiti dell’esproprio.
Con redditività più elevate, a causa della scala molto progressiva delle aliquote dell’imposta sul reddito, non solo non vi sarebbe più alcun guadagno effettivo dopo il pagamento delle imposte, ma verrebbe perfino intaccata la sostanza: lo Stato a poco poco si approprierebbe dei risparmi messi da parte e investiti con ragionevolezza dal contribuente che rifugge dalla speculazione.
Su questo impianto di per sé già poco favorevole, si innesterebbe – se approvata dal popolo e dai Cantoni – l’iniziativa federale denominata «Tassare le eredità milionarie per finanziare la nostra AVS». La quale non chiede di colpire solo i ricchi, come vanno sostenendo i suoi promotori per fare presa sui cittadini, ma anche le piccole donazioni, ad esempio i regali fatti dai genitori ai figli. Si pensi ad un dono per il conseguimento della laurea, per l’avvio di un’attività in proprio, per il matrimonio. Se un figlio ricevesse 40 mila franchi come regalo, con le clausole dell’iniziativa dovrebbe pagare una tassa del 20% sull’importo che supera i primi 20 mila franchi esenti, quindi la bellezza di quattromila franchi (pari al 10% del regalo), dopo che il genitore, su quei soldi risparmiati e poi regalati al figlio, ha già pagato nel corso degli anni tutte le imposte menzionate sopra.
È sorprendente che in un Paese come il nostro, un tempo cultore della virtù del risparmio, vi sia tanto accanimento fiscale (dal sapore genuinamente confiscatorio) contro la sostanza prudentemente e pazientemente accumulata, nel pieno rispetto delle leggi, alla luce del sole. Va bene contestare, sul piano morale, le amnistie fiscali. Ma allora non si trattino in maniera immorale i risparmi di chi dichiara tutto al fisco.
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