

di GIANCARLO DILLENA - Irritazione e preoccupazione: sono questi i sentimenti che traspaiono dal comunicato diffuso ieri dalla Società svizzera degli ufficiali dopo la magra figura rimediata in questi giorni, in relazione alla tormentata scelta del nuovo aereo da combattimento, dai vertici del DDPS. Il fatto che questi ultimi si siano presentati ieri pomeriggio alla stampa con uno schieramento apparentemente compatto, affermando in sostanza che è stato tutto un equivoco, non fuga le inquietudini. Semmai le alimenta, all’insegna del principio «ordine+contrordine=disordine», ben noto ai militari e altrettanto valido nell’ambito della comunicazione pubblica.
Chi un po’ conosce i meccanismi che stanno dietro a vicende di questo tipo non può non scorgere, nel caso specifico, l’ombra lunga della lobby filo-francese, che cerca con ogni mezzo di screditare lo svedese Gripen in favore del francese Rafale. Un fatto non nuovo – era già successo quando gli F-18 americani erano in concorrenza con il Mirage 2000 – e che non sorprende più di tanto. Considerato anche che questa volta, assai più dell’altra, il prodotto della Dassault trova un nutrito gruppo di convinti e attivi sostenitori nei ranghi delle stesse Forze aeree elvetiche. Una posizione più che rispettabile sul piano tecnico, viste le indubbie e riconosciute qualità del velivolo «made in France».
Un po’ meno su quello dei metodi, se si gioca la partita sulle fughe pilotate di documenti parziali, sui «non detto» e le ambiguità nella comunicazione fra vertici militari e direzione del Dipartimento, sulle tensioni politiche che si agitano intorno al ministro della Difesa (e al suo partito).
In questo contesto il comportamento di chi cerca con questi metodi di seminare dubbi, di creare confusione e di mettere così in difficoltà Maurer per provocare un cambiamento delle scelte annunciate, è deplorevole. A maggior ragione se la bega coinvolge in prima persona taluni militari, cui incombe innanzitutto un dovere di riservatezza, su una questione delicata come questa. Ma anche di lealtà nei confronti dell’autorità politica da cui, istituzionalmente, dipendono. Il che non esime dal constatare, dall’altra parte, allarmanti debolezze, incertezze e contraddizioni quanto alla capacità di gestire situazioni critiche da parte di chi ha la responsabilità di condurre in porto il dossier. Viene da chiedersi, se queste sono le reazioni ad una polemica tutto sommato prevedibile (anche dal profilo dei colpi bassi), che cosa potrebbe succedere di fronte ad una vera crisi internazionale che toccasse la sicurezza nazionale. Del resto quanto visto fin qui in altri contesti (vedi finanza e fiscalità) tende a confermare e ampliare tali inquietudini, piuttosto che a fugarle.
Ha quindi ragione la Società degli ufficiali – espressione della parte più competente e sensibile del Paese in materia di sicurezza militare – a manifestare preoccupazione e disappunto. E a chiedere innanzitutto chiarezza, poi coerente determinazione nel modo di procedere del DDPS, per non mettere a repentaglio la sostituzione degli oramai obsoleti Tiger, nel quadro di una efficace tutela dello spazio aereo svizzero, componente irrinunciabile della sovranità nazionale.
Qualsiasi scelta tecnica presenta vantaggi e svantaggi e presta quindi il fianco alle critiche (come ha bene illustrato nel suo commento di ieri il nostro esperto Andrea Artoni). Se ne può dunque parlare, nel nome della chiara comprensione di tutti i termini del problema e della necessaria trasparenza. Ma senza trasformare la questione in una rissa, aizzata alla base da interessi politico-finanziari esterni e offerta su un piatto d’argento a quanti, all’interno del Paese, vedono in essa l’occasione ideale per indebolire ulteriormente le forze armate e la loro credibilità agli occhi del cittadino-elettore.
La sicurezza è una cosa seria. Il dibattito intorno ad essa è necessario e da esso, in una democrazia, non si può prescindere. Ma va affrontato con il rigore e la serietà richiesti dall’obiettivo finale, prima ancora che dalla rilevanza dell’investimento finanziario. Farne il terreno di un gioco al massacro è un segno di grave mancanza di responsabilità. Quindi, signori, per favore: siamo seri!
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