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Commenti CdT | Editoriale -  16 feb 2012 05:00

Il rischio di contagio è minore

di LINO TERLIZZI - Le ragioni per cui il varo del nuovo piano di aiuti alla Grecia ha subito rinvii sono sostanzialmente tre. La prima è l’incertezza sul fatto che Atene mantenga realmente gli impegni.  La seconda è la scelta strategica della Germania, legata ad una seria linea di rigore. La terza è la riduzione nelle ultime settimane del rischio di contagio all’interno dell’Eurozona.
Le prime due ragioni sono in genere conosciute e valutate, sia da chi vorrebbe una linea più morbida nei confronti della Grecia, sia da chi invece sostiene la necessità del rigore e del risanamento dei conti pubblici nell’Eurozona. La terza è invece sottovalutata. Eppure, è proprio quest’ultima a spiegare per una parte non indifferente i rinvii negli ultimi giorni degli aiuti ad Atene.
Le Borse hanno seguito in pratica senza scossoni quest’ultima fase dei difficili negoziati tra Grecia da una parte e UE-BCE-FMI, oltre che creditori privati, dall’altra. L’euro, al di là delle naturali oscillazioni, è rimasto in sostanza stabile in questi giorni sia sul dollaro, sia sul franco. Il differenziale dei titoli pubblici nell’Eurozona non ha subito accelerazioni drammatiche. Nei mesi scorsi in un quadro analogo le Borse sarebbero andate chiaramente al ribasso, l’euro probabilmente pure ed il differenziale avrebbe registrato scosse da terremoto.
Ora è diversa la valutazione dell’impatto di un eventuale fallimento della Grecia, più o meno controllato, così come di un’eventuale uscita di Atene dall’euro. Sui mercati e nei Governi si sta facendo strada l’idea, al di là delle dichiarazioni ufficiali, che né l’una né l’altra cosa comporterebbero necessariamente un meccanismo di contagio, con altri fallimenti ed altre uscite dall’euro. Ecco perché la Germania e gli altri Paesi del Nord Europa che sostengono il rigore non hanno fretta di firmare le carte degli aiuti e chiedono impegni e garanzie ad Atene, che purtroppo in passato non ha dato grandi prove a questo riguardo.
Sino ad alcune settimane fa le frontiere del possibile contagio erano quelle di Italia, Spagna, Portogallo. Ora questi Paesi non sono certo usciti dalla crisi. Ma si sono allontanati di qualche passo dalla linea del baratro. Soprattutto Italia e Spagna.
L’Italia, terzo Paese per importanza economica nell’Eurozona , è la frontiera principale per il contagio. L’azione del Governo Monti è criticabile per più di un aspetto. Ma i mercati ed i Governi dell’Eurozona, a torto o a ragione, riconoscono all’attuale Esecutivo di Roma un premio di credibilità ed un impegno effettivo per la riduzione del debito pubblico. Così come riconoscono, a torto o a ragione, la linea annunciata dal nuovo Governo in Spagna. Ciò ha contribuito a «confinare» la crisi greca.
Chiaramente la Germania punta ancora ad ottenere gli impegni di risanamento da parte del Governo di Atene ed a tenere la Grecia nell’euro. Ma la novità è che ora né la Germania né altri Paesi «forti» dell’Eurozona sono disposti a valutare come irrinunciabile la presenza della stessa Grecia nell’area. E ritengono che un fallimento e/o un’uscita dalla moneta unica non sarebbero alla fine ingestibili. Si può condividere o meno questa linea, ma è un elemento da considerare.
Ne dovrebbe tener conto soprattutto Atene. Al punto in cui si è arrivati, è chiaro che le misure di risanamento sono dolorose per la Grecia. Con tutto il rispetto per la popolazione greca, non si vede però l’alternativa. La rinuncia al risanamento, il ritorno ad una dracma debole potrebbero essere certamente libere scelte del popolo greco. Ma da sole produrrebbero un sollievo di breve termine. Euro o non euro, nel medio e lungo periodo si ripresenterebbero, aggravati, i  problemi del debito pubblico. E poi dell’inefficienza, del lavoro in nero, di un export che è limitato in rapporto al prodotto lordo. Tutte questioni che si risolvono con un graduale risanamento dei conti pubblici e con un rafforzamento nel tempo del tessuto economico greco. Non con artifici.

16.02.2012 - 05:00
Lino Terlizzi
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