

di MATILDE CASASOPRA - «Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: per questo viene chiamato democrazia (...)». È, questo, l’incipit del «Discorso agli Ateniesi». Lo pronunciò Pericle nel 461 a.C. . Sono passati, da allora, 2473 anni, eppure quella democrazia diretta che ha reso Atene, seppure «capta», la madre della cultura politica occidentale, qui, nel cuore dell’Europa, resiste e persiste. La democrazia - ovvero la possibilità data al «demos» (il popolo) di amministrare il «kratos» (il potere) attraverso rappresentanti da lui stesso proposti e designati - in Ticino e in Svizzera persiste e resiste. I problemi non mancano certo. Sempre meno persone sono disposte a sacrificare parte del proprio tempo per amministrare la cosa pubblica a vantaggio di tutti. A dimostrarlo ci sono, oggi più che quattro anni fa, le difficoltà a presentare elenchi completi di candidati in molti dei Comuni ticinesi. «Poche soddisfazioni, tanto lavoro», ci confessava un consigliere comunale di lungo corso. «Troppa demagogia», ci diceva, scuotendo il capo, un municipale che quest’anno, con molti altri, ha deciso di gettare la spugna. Demagogia? Sì, demagogia, quella forma corrotta di governo che discende dalla democrazia e che, tra le sue caratteristiche principali, ha le false promesse e l’istigazione contro gli avversari politici. Demagogia e non, come spesso sentiamo dire, «populismo». Vuoi perchè il populismo è una categoria residuale - ovvero una categoria nella quale si convogliano tutti i fenomeni dei quali non si ha un preciso quadro storico-politico -, vuoi perchè il populismo ha caratteristiche proprie che soggiacciono a situazioni contingenti. Un esempio? La Lega Nord, il movimento politico di Umberto Bossi (ma anche quelli di Berlusconi, Di Pietro e Grillo), sarà ricordato, soprattutto, per il neo-populismo mediatico, una forma di demagogia che fa largo uso dei media e che ha fatto proseliti anche in Ticino. «Troppa demagogia» ci diceva il municipale che, quest’anno, dopo otto anni passati ad amministrare la cosa pubblica, ha deciso di tornare ad occuparsi, prevalentemente, degli affari suoi: della sua famiglia, del suo lavoro, della sua salute, dei suoi amici. A lui più che otto anni sembrano passati secoli da quando un gruppo di concittadini lo interpellò per sapere se avrebbe accettato di essere annoverato tra i candidati all’Esecutivo del Comune. Gli dissero, forse ricordando Pericle, che avevano pensato a lui perchè «quando un cittadino si distingue allora esso è, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, ma come ricompensa al merito». E lui... disse di sì. Lo disse perchè, come accadeva ad Atene, anche lui pensava che un uomo che non s’interessa allo Stato non può essere considerato innocuo, ma inutile. È col passare degli anni che quel municipale si è accorto che partiti e movimenti nati in democrazia, anche in Ticino, hanno pian piano lasciato il passo alla demagogia. Troppe promesse fatte per il gusto di imbonire i concittadini, anzichè per rispondere ai bisogni della gestione della cosa pubblica. Troppi attacchi frontali e personali fondati, semplicemente, sulla diversa matrice politico-culturale anzichè su un proficuo e civile scambio di idee volto alla crescita comune. «Non ho mai considerato la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia - prosegue il nostro interlocutore -, ma non penso che sia accettabile l’annullamento dell’avversario politico con la sua sistematica delegittimazione». Proviamo a consolarlo dicendogli che anche Pericle fu oggetto di pareri contrastanti, di critiche. Gli ricordiamo che, proprio Pericle, ancora recentemente, è stato definito un «democratico populista» sebbene i due termini siano antitetici tra loro. «Sarà - risponde lui sorridendo - ma... non aiuta a risistemare le cose».
Passano per la mente, come una fila di candele accese, le serate trascorse nelle Commissioni e quelle in Consiglio comunale. Un rappresentante del popolo, in Ticino come nell’antica Atene, «non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private». Addio, allora, serate in panciolle davanti alla Tv o cene con gli amici in quell’osteria dove si mangia bene e poi si può anche cantare. Addio telefono staccato e tapparelle abbassate per far sapere che «non ci siamo per nessuno». Centinaia di uomini e donne, in tutto il Ticino, da oggi, sono scesi in campo: per dire che ce la metteranno tutta per evitare sprechi, per garantire che la raccolta dei rifiuti sia puntuale, per vigilare che nessuno approfitti della cosa pubblica per risolvere le sue questioni private (e magari trarne indebito profitto), per dare ai bimbi scuole materne ed elementari funzionanti, per far sì che la casa di ognuno sia sicura e protetta da chi non sembra avere rispetto delle proprietà altrui. Saranno i cittadini dei vari Comuni ticinesi a designare, a partire dal 29 marzo, chi dovrà occuparsi, a nome loro, di tutto ciò. Questo perchè «il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi e per questo viene chiamato democrazia». Questo perchè a noi, e a molti altri, piacerebbe che in Ticino si continuasse a fare così.
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