

di LINO TERLIZZI - L’accordo sul salvataggio della Grecia raggiunto faticosamente nella notte tra lunedì e martedì, dopo un negoziato di circa 12 ore, non rappresenta certo lo schema ideale, ma potrebbe essere un passo in avanti sulla via del superamento della crisi dei debiti pubblici nell’Eurozona. La possibilità che questo passo in avanti davvero si concretizzi nei prossimi mesi dipende non soltanto dall’Eurogruppo, di cui fanno parte i ministri dell’area euro, o dall’Unione europea, dalla Banca centrale europea, dal Fondo monetario, ma anche e soprattutto dalla Grecia stessa.
Al punto in cui i conti pubblici greci sono arrivati, per Atene vi sono in buona sostanza tre vie possibili: un piano di rientro graduale dal debito finanziato direttamente o indirettamente da Eurozona, UE, BCE, FMI, dai creditori privati; una dichiarazione ufficiale di fallimento, sul modello per intenderci di quanto fatto in Argentina in anni passati; l’uscita dall’euro, con o senza fallimento. Teoricamente, ciascuna di queste vie è percorribile, naturalmente con i relativi costi. Ma ciascuna di queste tre vie non è in sé la soluzione dei problemi annosi della Grecia, è un percorso scelto per avviarsi verso una soluzione che richiederà comunque tempo.
L’intesa raggiunta a Bruxelles prefigura la prima via, con il nuovo piano di aiuti alla Grecia per altri 130 miliardi di euro, la rinuncia ad una parte dei crediti privati (su base «volontaria», per evitare tecnicamente il fallimento), le misure greche di risanamento in cambio, la sorveglianza da parte di UE, BCE, FMI. In questo modo si cerca di far sì che la Grecia non fallisca ufficialmente e non esca dall’euro. Lo schema è carente, deve essere completato, il tentativo può essere criticato. Ma è serio. C’è però una cosa da dire: lo schema funzionerà nel tempo se la Grecia manterrà gli impegni.
Se si continua a criticare la Germania e gli altri Paesi del Nord Europa sostenitori della linea del rigore, si perde di vista un punto fondamentale: la Grecia – come e più di altri Paesi del Sud Europa che ora pure cercano di uscire dalle secche – ha accumulato problemi giganteschi nel corso di decenni. Non per colpa della Germania. E neppure, a ben vedere, per colpa dell’euro. Nel 1980 il debito pubblico greco era il 22% del Prodotto interno lordo, nel 1993 il 98%. Nel 2001, anno di entrata nell’euro, il debito era già sopra il 100% del PIL. Poi l’ulteriore escalation, sino al 165% di fine 2011, nonostante i bassi tassi di interesse garantiti negli ultimi dieci anni dalla moneta unica. Nell’arco di tempo considerato, il partito di sinistra Pasok ha governato per 13 anni, il partito di destra Nuova Democrazia per 8 anni. La situazione del debito pubblico non è mai migliorata, anzi si è aggravata.
Il ritorno alla dracma debole risolverebbe questo problema? C’è da dubitarne, visto che i tassi di interesse sarebbero molto più alti. La svalutazione e l’inflazione conseguente risolverebbero il problema della scarsa competitività greca? C’è da dubitarne, visto che l’export ellenico raggiunge a fatica il 10% del PIL. Oltretutto, l’inflazione taglierebbe anche i salari reali. Ed il taglio sarebbe più duro per i redditi più bassi, oggi già colpiti. Il problema principale ad Atene non è più l’euro, se mai lo è stato. La Grecia deve decidere se vuole affrontare l’enorme spesa pubblica improduttiva, l’economia sommersa, la debolezza strutturale del tessuto produttivo e di servizi. Può farlo dentro l’Eurozona oppure fuori da questa, è giusto che sia una libera scelta del popolo greco. Ma prima o poi dovrà comunque farlo.
Il processo sarà in ogni caso lungo, non facile. Ma bisogna almeno iniziare a percorrere la via del rigore nei conti pubblici e della ristrutturazione dell’economia. Sta al Governo greco gestire le misure con equità sul piano interno. Il rigore non è contrapposto alla crescita economica, ne costituisce un presupposto. Soprattutto in un Paese che ha un debito pubblico fuori controllo.
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