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Perchè Rubik non è stato bloccato

 
10
aprile
2012
05:00
Lino Terlizzi

di LINO TERLIZZI -  Nonostante gli attacchi subiti all’estero ed ora anche in Svizzera, il piano Rubik non soltanto non è stato sin qui fermato, ma in realtà è vicino ad un traguardo importante, quello dell’applicazione concreta per Regno Unito e Germania. Altri Paesi europei, una volta compiuta questa svolta, potrebbero seguire la stessa strada.
Bisogna distinguere le molte parole, talvolta confuse, dai fatti. Il piano Rubik, che è nato in Ticino e che prevede in sostanza una imposta liberatoria in cambio del mantenimento del segreto bancario, viene criticato da più parti per ragioni diverse ed in qualche caso opposte tra loro, ma nei fatti sta andando avanti e nei prossimi mesi si presenterà alle ratifiche dei Parlamenti svizzero e tedesco. E, nonostante le critiche da sinistra o da destra, alcune anche di carattere elettorale o pre-elettorale, le possibilità che Rubik passi sono ancora molte.
La partita è importante sia per i temi sul tavolo – tassazione del risparmio, segreto bancario – sia per le cifre in campo. Secondo stime di fonti attendibili, a fine 2011 la piazza bancaria e finanziaria svizzera gestiva patrimoni per circa 4 mila miliardi di franchi. Di questi la metà, cioè 2 mila miliardi, era di origine estera. La maggior parte di questi patrimoni di origine estera faceva capo a investitori istituzionali, cioè fondi di investimento, gruppi finanziari e così via. Circa 700 miliardi di franchi facevano invece capo a investitori privati ed è questa parte la più toccata potenzialmente dal piano Rubik.
Le stesse fonti, sia svizzere sia internazionali, hanno anche cercato di individuare le nazionalità dei patrimoni privati gestiti in Svizzera ed hanno indicato che quelli tedeschi potevano realisticamente essere pari a 180 miliardi di franchi, quelli italiani a 120 miliardi di franchi, quelli britannici a 70 miliardi di franchi. Questi numeri confermano quanto rilevante sia la partita. Ci possono essere state alcune variazioni per le cifre in questi primi mesi del 2012, ma non tali da cambiare il senso del discorso. Germania, Regno Unito ed altri Paesi che si aggiungessero in seguito avrebbero la possibilità di incassare parecchi miliardi attraverso l’imposta anonima prevista da Rubik, non solo per quel che riguarda il passato, ma anche per quel che riguarda il futuro. Con Rubik verrebbe sancito il principio che anche i capitali non dichiarati vengono tassati, in modo più ampio rispetto alla attuale euroritenuta che è frutto del vecchio accordo tra Svizzera ed UE. L’opposizione tedesca vorrà davvero bloccare Rubik al Bundesrat, rinunciando a soldi e principio? È lecito dubitarne, al di là dei proclami elettorali. D’altro canto la diplomazia della cancelliera Merkel e del ministro Schäuble è già al lavoro sul fronte interno. La UE, che vorrebbe gestire in proprio questo tipo di accordi, è in grado di porre un veto reale a Berlino e Londra? È lecito dubitarne, visti i molti problemi di Bruxelles e visti i protocolli aggiuntivi Rubik, firmati nelle scorse settimane anche per togliere argomenti alla UE.
Ma anche in Svizzera c’è opposizione. A sinistra vi sono posizioni che vorrebbero andare verso lo scambio automatico di informazioni fiscali, in sintonia con una parte dei socialdemocratici tedeschi. A destra vi sono alcune posizioni critiche nei confronti delle concessioni fatte dalla Svizzera a Germania e Gran Bretagna e nei confronti di una scarsa difesa del segreto bancario elvetico. Su questo fronte l’ASNI considera ora l’ipotesi del referendum. Ognuno può naturalmente esprimere la sua opinione, ma se si vuole rimanere ad un giudizio equilibrato occorre nuovamente tornare ai fatti.
Tra il 2009 ed il 2010 la Svizzera su questi temi era stata messa nell’angolo a livello internazionale. Con la proposta Rubik, che prende il nome dal cubo in cui i vari tasselli vanno riallineati, la Svizzera è uscita dall’angolo. Certo ci sono concessioni da fare. Ma c’è anche una situazione futura di maggiore stabilità che si può ottenere, conservando le norme elvetiche sulla tutela della sfera privata. Le cose andrebbero meglio se non ci fosse Rubik? Anche qui c’è da dubitarne. Sostanzialmente, gli scenari possibili sono tre: passa Rubik in Europa, con gli USA occorre fare un accordo fiscale diverso, con Asia ed altre aree si vedrà in futuro;  non passa Rubik in Europa, restano i problemi con le altre aree, la Svizzera continua a difendersi e negli anni a venire bisognerà vedere quali e quanti altri attacchi dovrà subire; non passa Rubik, si va verso lo scambio automatico di informazioni fiscali.
È chiaro che il terzo scenario resta inaccettabile per la Svizzera, non solo per ragioni economiche, lo è anche giuridicamente e culturalmente. Il secondo scenario è accettabile, ma non fa diminuire il grado di incertezza. Il primo scenario ha i suoi costi, ma riduce le incertezze per il futuro e dà un quadro preciso alla piazza elvetica. Forse chi oggi in Svizzera vorrebbe bloccare Rubik dovrebbe anche tener presente che le alternative non sono esattamente affascinanti.

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