
di LINO TERLIZZI - Considerando il quadro politico greco, con l’incapacità dei principali partiti di formare un Governo ed il ritorno al voto il prossimo mese, la possibilità di un’uscita di Atene dall’euro è ormai una delle opzioni possibili. Al di là di sondaggi che mostrano una maggioranza di greci favorevoli ad una permanenza nell’euro, c’è la realtà di una parte importante della popolazione greca che ritiene che la moneta unica e le politiche ad essa collegate siano un grande problema, non un’opportunità. Probabilmente una parte consistente dei greci vorrebbe stare nell’euro solo a condizioni fissate da Atene, cosa questa impossibile, ed un’altra parte vorrebbe semplicemente uscirne e tornare alla dracma. I veri favorevoli all’euro appaiono oggi in minoranza.
Se dal prossimo voto uscissero rafforzati i partiti contrari alla moneta unica, l’opzione dell’uscita potrebbe diventare realtà. Tra gli analisti a livello internazionale circola già la definizione «Grexit», Greek exit, strategia di uscita greca dall’euro. Per la verità questa definizione si riferisce non tanto a ciò che pensano gli anti-euro in Grecia, quanto a ciò che stanno preparando Berlino e Bruxelles da mesi, in silenzio. La Germania ed altri Paesi dell’Eurozona vorrebbero tenere la Grecia nell’euro, ma non vogliono nemmeno trovarsi impreparati di fronte al precipitare degli eventi.
Se i tempi fossero molto brevi, potrebbe non esserci neppure la possibilità di organizzare un euro 2 per i Paesi più deboli. Vi sarebbe solo spazio per il ritorno alla dracma. Se così fosse, si aprirebbe una fase di rischi ed incertezze per l’Eurozona.Ma nel contempo la Grecia non risolverebbe i suoi problemi, che non dipendono sostanzialmente dall’euro quanto da un indebitamento fuori controllo. Per Atene, si tratterebbe nel medio e lungo periodo di un autogol.
Se si analizza infatti cosa comporterebbe con ogni probabilità l’uscita dall’euro della Grecia per il Paese e per l’Eurozona, si può avere un’idea dei vantaggi e degli svantaggi su entrambi i versanti.
Con la dracma Atene riavrebbe senza dubbio la sua sovranità monetaria, ma al tempo stesso avrebbe un’alta inflazione ed alti tassi di interesse. Supponendo (anche se il percorso tecnico è tutto da costruire) che i debiti greci in euro siano ridenominati in dracma, l’inflazione permetterebbe in effetti un taglio del valore reale degli stessi debiti. Ma l’alta inflazione taglierebbe anche i redditi, soprattutto quelli medio-bassi. Gli alti tassi di interesse, inoltre, renderebbero molto difficile il rifinanziamento del debito pubblico ed il costo del denaro elevato costituirebbe sul piano interno un altro ostacolo alla crescita economica.
La dracma rappresenterebbe di fatto una svalutazione della moneta corrente e ciò potrebbe aiutare le esportazioni greche, è vero. Peccato che l’export costituisca una voce secondaria del prodotto interno lordo ellenico e che quindi il beneficio nel caso sarebbe molto relativo. C’è poi da valutare un effetto che in parte si è visto nei mesi scorsi ma che potrebbe aumentare a dismisura, quello della corsa agli sportelli delle banche per prelevare euro, da tenere o da trasferire all’estero, in previsione del ritorno ad una dracma che sarebbe molto più debole della moneta unica . Ciò potrebbe provocare ulteriori problemi alle banche greche ed all’economia ellenica nel suo complesso. I nodi del debito pubblico e della scarsa o inesistente crescita economica non verrebbero quindi affrontati. I magri benefici iniziali verrebberosommersi dagli stessi problemi di fondo, probabilmente nel giro di non molti anni.
Per l’Eurozona, il rischio si chiama contagio. Considerando il piccolo peso economico della Grecia, l’uscita di Atene non sarebbe di per sé un grande problema. Ciò che Bruxelles e Berlino temono è un effetto talmente negativo sui mercati da mettere in ulteriore difficoltà Portogallo, Spagna, Italia. Di nuovo, se non vi fosse il tempo di organizzare un euro 2 del Sud Europa da affiancare ad un euro1 dei Paesi forti, allora farebbe capolino anche per gli altri Paesi deboli citati il ritorno alle monete nazionali. Un conto sarebbe però l’uscita dall’euro del solo Portogallo, un conto le uscite di Spagna o Italia, che cambierebbero in modo sostanziale lo scenario dell’Eurozona.
D’altro canto Bruxelles ha avuto tempo per prepararsi contro il contagio ed ha a disposizione meccanismi di Fondi salva-Stati che prima non c’erano. La Banca centrale europea ha affinato le tecniche. Molte grandi banche europee hanno ridotto l’esposizione verso la Grecia o altri Paesi deboli. Il contagio europeo nel dopo dracma è un rischio ma non una certezza. L’autogol di Atene in questo caso sembra proprio, invece, una certezza.
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