
di LINO TERLIZZI - La reazione contrastata dei mercati al voto in Grecia illustra le due facce della medaglia nell’Eurozona. Da un lato la vittoria delle forze pro euro ad Atene ha allontanato la Grecia dal baratro dell’uscita dalla moneta unica e del ritorno ad una divisa nazionale svalutata. Dall’altro il baratro esiste ancora come pericolo, non solo per la Grecia ma anche per altri Paesi del Sud Europa, Spagna e Italia in particolare.
Pur salutando come un fatto positivo l’esito del voto ellenico e la possibilità, salvo ulteriori conflitti interni, che vi sia ad Atene un Governo convinto di voler restare nell’Eurozona, i mercati hanno anche sottolineato il perdurare di problemi di fondo. Così, non tutte le Borse hanno chiuso la seduta di ieri in positivo, così l’euro prima è salito poi è tornato a scendere su dollaro e franco. Così, soprattutto, il differenziale tra i titoli pubblici spagnoli e italiani e quelli tedeschi è salito ancora. A sancire le difficoltà è arrivata anche la presa di posizione del ministro iberico delle Finanze, Montoro, che ha chiesto alla Banca centrale europea di intervenire contro le pressioni sui titoli pubblici spagnoli.
In un certo senso, la palla è tornata nel giro di poche ore nel campo di Madrid, dove occorre affrontare in dissesto economico originato soprattutto dalla crisi immobiliar-bancaria, ed in parte anche di Roma, dove bisogna affrontare il nodo di un enorme indebitamento pubblico, in rapporto al PIL inferiore solo a quello greco. Soffrono anche Portogallo e Irlanda, ma per alcuni aspetti in modo meno accentuato rispetto a Spagna e Italia.
In un quadro così complesso, dove le ricette di esperti o meno ogni giorno si sprecano, bisognerebbe a maggior ragione tener fermi alcuni punti cardine. Il primo è che le richieste di crescita economica non serviranno a nulla se non saranno precedute e accompagnate da un maggior rigore nei conti pubblici e privati.
Ciò vale per tutti i Paesi, ma in particolare ovviamente per quelli che non hanno i conti in ordine, non da oggi ma da molto tempo. Non servirà la vittoria dei pro euro in Grecia se non ci sarà una graduale ma reale inversione di rotta sul gigantesco debito pubblico. Non serviranno gli aiuti al sistema bancario spagnolo se non ci sarà un maggior rigore di qui in avanti nei conti e negli investimenti del settore, tanto più che ora anche i conti pubblici di Madrid cominciano ad essere in forte tensione. Non serviranno la credibilità internazionale e gli sforzi interni del Governo italiano dei tecnici, se questo non riuscirà ad impostare una reale riduzione della spesa pubblica improduttiva e del colossale indebitamento pubblico.
Se non vi sarà rigore nei mesi e negli anni a venire, le risorse da destinare alla crescita economica non si troveranno o si esauriranno rapidamente . Sui mercati d’altronde i titoli pubblici dei Paesi che non attueranno risanamenti adeguati non saranno acquistati o lo saranno solo a tassi di interesse molto elevati, come già si sta vedendo. Il rigore nei conti pubblici e privati va attuato non soltanto per salvare l’euro, ma anche per assicurare una crescita economica in futuro ai Paesi che oggi sono in difficoltà. Un’esplosione dell’Eurozona non è desiderabile perché sarebbe negativa per tutti (tra l’altro anche per la Svizzera, che vedrebbe il franco spinto ancor più al rialzo), ma anche senza la moneta unica il capitolo del rigore resterebbe.
Un secondo punto cardine è ciò che si può chiedere o non chiedere alla Germania, Paese fulcro dell’Eurozona. Berlino è per certi aspetti il capro espiatorio nominato, paradossalmente per molti nel mondo sta diventando ciò che non è, cioè il responsabile della crisi dell’Eurozona. In modo diverso sia Stati Uniti che Gran Bretagna (Paesi in cui ha preso il via la crisi immobiliare e finanziaria), sia i Paesi del Sud Europa, ed ora anche la Francia guidata dal neo presidente Hollande, chiedono alla Germania di Merkel e Schäuble di essere più morbida, di non insistere troppo sul rigore.
Berlino ha guadagnato con l’euro ma ha anche contribuito non poco, spesso lo si dimentica, ai salvataggi. Non essendo responsabile della crisi ed essendo uno degli esempi, insieme alla Svizzera, dei Paesi che hanno attuato l’accoppiata rigore-crescita, la Germania difende la sua linea. Nel G20 come nell’Eurozona, Berlino è disponibile a compromessi, ma solo in presenza di passi concreti, questo è il punto. Si possono chiedere gli eurobond se però si attuano davvero i risanamenti dei conti. Si può chiedere l’Unione bancaria per i Paesi euro, con un Fondo di garanzia unico, se si accetta però una sorveglianza concentrata nella BCE. Non si dovrebbero più chiedere, a Berlino o ad altri, assegni in bianco o simili.
Lino Terlizzi
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