

di GIOVANNI GALLI - Di punto in bianco, senza il benché minimo sentore, l’altro giorno il Ticino si è risvegliato un po’ più ricco. Non perché abbia ricevuto milioni a palate, come era capitato nel 2005 con le riserve eccedentarie dell’oro della Banca nazionale. E nemmeno perché la sua economia sia cresciuta a tassi doppi o tripli rispetto agli altri Cantoni. Ma perché, dati alla mano, si è ritrovato nel gremio dei Cantoni finanziariamente forti, che comprende centri economici trainanti, come Zurigo, Ginevra e Basilea Città, o fiscalmente privilegiati come Svitto e Zugo. Per quanto strano possa sembrare, visto che Cantoni non certo in miseria come Berna e Grigioni sono considerati più deboli, le cose stanno proprio così. La Confederazione non ha preso un abbaglio. L’indice della forza finanziaria riflette la capacità economica che un Cantone può sfruttare fiscalmente. E serve a determinare la cosiddetta perequazione orizzontale, un po’ come avviene con la solidarietà intercomunale, dove prima si fanno i conti in tasca ai singoli Comuni, si stabilisce una graduatoria e poi si decide chi paga e chi riceve. Lo status di Cantone finanziariamente forte è determinato dal potenziale delle risorse fiscali rispetto agli altri Cantoni. Una volta calcolata tutta la base imponibile (redditi alla fonte, che in Ticino incidono molto per la forte presenza del frontalierato, sostanza e utile delle persone giuridiche e redditi delle persone fisiche) viene fatta una media: chi ha risorse superiori a questa media paga, mentre chi ne ha di meno riceve. Il termine ricco (così come quello di povero) è un po’ improprio e andrebbe usato tra virgolette. In realtà si tratta di un dato relativo, perché la ricchezza non si misura in base a quello che un Cantone ha in tasca (come gestisce le finanze è affar suo) ma attraverso il confronto con le potenzialità degli altri. Se per ipotesi tanti Cantoni perdono un po’ di terreno e il Ticino perde meno o resta dov’è, si ritrova tecnicamente ricco, anche se in realtà non ha visto aumentare la sua ricchezza assoluta. Insomma, si può essere annoverati fra i benestanti anche se non lo si è nel vero senso del termine, o lo si è appena appena, a seconda delle annate. Il passo avanti in graduatoria previsto nel 2013 non era affatto improbabile, perché già in occasione della perequazione di quest’anno il Ticino aveva praticamente raggiunto la soglia fatidica e solo per uno «zero virgola» era riuscito ad evitare di passare fra i Cantoni paganti. Essere stabilmente vicino alla linea – un po’ come le squadre di calcio che un anno entrano in zona coppe e un anno no – sta comunque a significare che una certa forza di base c’è, e che il substrato fiscale ed economico è solido. Il fatto di pagare altri Cantoni non deve pertanto essere considerato un’assurdità. Anche perché la perequazione federale prevede pure delle compensazioni (per gli oneri sociodemografici e geotopografici) e grazie a queste ultime il Cantone avrà un saldo con Berna a lui favorevole di oltre 20 milioni. Con la differenza che essendo nel club dei forti riceverà di meno.
È significativo che in sede politica ticinese non siano fioccate proteste e atti parlamentari. L’attuale modello perequativo è in vigore dal 2008. Quando nel 2006 vennero effettuati i primi calcoli per vedere come sarebbero cambiati i flussi finanziari, il Cantone si ritrovò virtualmente fra i paganti con un onere a suo carico di 27 milioni di franchi. Apriti cielo. Sul Governo si abbatté una vera e propria tempesta. Fu uno choc. Essenzialmente per due ragioni. In primo luogo perché per una parte della classe politica, abituata ad andare a Berna con il cappello in mano, era inconcepibile che un Cantone storicamente beneficiario di sussidi diventasse pagante. Certo, i criteri erano ancora in fase di affinamento e quindi il malumore, in parte, era comprensibile. Ma dietro la protesta si celava un retaggio vagamente assistenzialista. Si considerava il miglioramento della propria condizione come un male e il fatto di dipendere dagli altri, invece, un bene. Un po’ come coloro che non vogliono impegnarsi a guadagnare di più per non perdere il diritto a certi sussidi, c’era chi preferiva che il Ticino restasse «povero» così da lasciarlo attaccato alla cannuccia della Confederazione. Il secondo motivo invece, di natura più contingente, era dovuto alla situazione politica del momento e alla campagna anti-Masoni (all’epoca direttrice del DFE) in corso in quel periodo. Anche la perequazione faceva brodo.
I nuovi meccanismi nel frattempo sembrano essere stati metabolizzati. Il Ticino ne ha beneficiato (e continuerà a farlo anche nel 2013) per cinque anni e quindi non avrebbe senso protestare contro un impianto perequativo ritenuto fino a ieri corretto. Vi è piuttosto da interrogarsi se non sia il caso di verificare altre chiavi di riparto, esterne alla perequazione federale (come quella della tassa sul traffico pesante) per vedere se i criteri sono ancora attuali e se ci sono margini in favore del Cantone. Non tanto per diventare più ricchi, ma per dare a Cesare quel che è di Cesare.
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