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Commenti CdT | Editoriale -  10 lug 2012 05:05

Ma tagliare la spesa non è un tabù

di LINO TERLIZZI - Il continuo succedersi di vertici dell’Unione europea e dell’Eurozona da un lato è inevitabile vista la necessità di affrontare la crisi dei debiti, dall’altro però rischia di lasciare in ombra il bisogno di un’azione coerente e stringente da parte dei Governi nazionali. Il trasferimento alla UE, all’Eurozona, alla Banca centrale europea di quote maggiori di potere nei prossimi anni è una delle opzioni sul tavolo, ma ciò non può far dimenticare la realtà concreta. Ammesso e non concesso che l’opzione si riveli vincente ed attuabile, cosa che sarà da verificare nella prossima fase, comunque i Governi nazionali per un tempo non breve saranno ancora attori principali. Alcuni sono forti, altri sono deboli. Alcuni contribuiscono in modo determinante alle nuove regole, altri le subiscono, altri ancora sono in posizione intermedia. Ma l’attuazione delle misure decise nei vertici è comunque soprattutto a loro carico.
Nell’immediato ciò significa che da una parte i piani di maggiore integrazione economica europea, dall’altra il risanamento dei conti pubblici nei Paesi in difficoltà, sono ovviamente compiti in larga misura degli Esecutivi nazionali. E qui subentrano spesso ostacoli. Perché i Governi devono anzitutto esser convinti loro di ciò che c’è da fare. Poi perché gli stessi Esecutivi devono, come è giusto in democrazia, convincere i Parlamenti e le opinioni pubbliche. Infine perché, e questo invece non è giusto, ci sono dei capitoli che rappresentano ancora dei tabù per molti Governi. Tra questi, la riduzione di debiti pubblici eccessivi e il taglio di spese pubbliche ormai fuori misura.
Vediamo più da vicino. La tendenza dell’Eurogruppo, in cui sono presenti i Paesi dell’Eurozona, ad utilizzare il Fondo salva-Stati europeo non solo per i salvataggi, ma anche per acquistare titoli pubblici dell’area (allo scopo di limitare lo spread, il differenziale), così come per sostenere direttamente le banche in difficoltà, ebbene non annulla né rimanda la priorità degli interventi di risanamento a livello nazionale. La riduzione dell’indebitamento pubblico eccessivo non è una linea contraria alla crescita economica, viceversa è uno dei fattori necessari per liberare risorse da destinare ad una crescita più solida e più sana. E per ridurre gradualmente l’indebitamento non si può sempre aumentare le tasse. Un aumento della pressione fiscale può rispondere ad una emergenza. Ma non può essere una linea di lungo periodo, specie in Paesi in cui la pressione è già molto elevata.
Per procedere nel percorso di risanamento e di crescita occorre attuare tagli alle spese pubbliche improduttive e legate a burocrazie troppo ampie, a enti inutili, a clientelismi, ad assistenzialismi fuori luogo perché destinati anche a redditi che bassi non sono. Sta ai Governi definire un percorso equo e responsabile. Ma la via è spesso tortuosa e lo si vede anche in questi giorni. Il nuovo Governo greco, che pure è pro euro, sta chiedendo un rinvio di due anni per quel che riguarda il piano di risanamento, dopo aver ottenuto gli aiuti europei. La Spagna a sua volta ha chiesto rinvii per i  suoi obiettivi. Nella vicina Italia il piano di tagli alla spesa pubblica (Spending review) proposto dal Governo sta incontrando forti opposizioni da diverse sponde.
In Italia a fine anni Novanta la spesa delle amministrazioni pubbliche era, al di fuori degli interessi sul debito, pari a poco meno del 40% del reddito nazionale. Un livello già alto. Ma l’anno scorso ha superato la soglia del 45%, nonostante gli allarmi lanciati nel corso del tempo. Eppure, ancora non è detto che le proposte di tagli riescano a passare. Paradossalmente, è meno difficile attuare aumenti delle imposte, perché le proteste diffuse nella popolazione sono frazionate e non si coagulano in vere e proprie opposizioni politiche e parlamentari. Cosa che invece spesso avviene, in Italia e altrove, nel caso di tagli alla spesa pubblica eccessiva, perché su questo versante burocrazie pubbliche e private, sindacati, associazioni, partiti (anche di ispirazione diversa) oggettivamente vanno nella stessa direzione, che è quella del tentare di bloccare i provvedimenti.
In passato queste variegate coalizioni oggettive hanno avuto successo ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Qui non si tratta solo di salvare l’euro, anche se questo è un obiettivo rilevante, a cui la stessa Svizzera è interessata (la scomparsa dell’euro porterebbe probabilmente ad un rafforzamento di un franco già ora troppo muscoloso). Si tratta di liberare risorse e di porre le basi per una nuova crescita economica solida e duratura. La UE e l’Eurozona cercano, con non poche difficoltà, di trovare una via. Ma i Governi nazionali hanno ancora un certo potere. Da usare bene.

10.07.2012 - 05:05
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