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Commenti CdT | Editoriale -  13 lug 2012 06:00

Una pezza che costa a tutti noi

di GIOVANNI GALLI - Si chiama Cassa pensioni dei dipendenti dello Stato, ma il suo risanamento, indirettamente, è una questione che riguarda tutti. Per almeno due motivi. Innanzitutto perché il Cantone e i suoi dipendenti non sono gli unici interessati. Alla cassa sono affiliati anche 64 Comuni e 82 enti esterni, fra associazioni, aziende pubbliche, consorzi e istituti sociali. Ed in secondo luogo perché l’ente pubblico, e quindi i contribuenti, nei prossimi quarant’anni dovranno fare uno sforzo non indifferente per riequilibrare i conti dell’istituto. Il grado di copertura è appena del 62,7% mentre il deficit tecnico, vale a dire la differenza fra il patrimonio e gli impegni nei confronti degli affiliati, sfiora i due miliardi di franchi. Cantone, Comuni e altri dovranno contribuire con un importo di 42 milioni di franchi all’anno fino al 2051 per raggiungere l’obiettivo politico della copertura dell’85%. Di riflesso significa che questi enti si caricheranno sulle spalle un nuovo onere, fondamentalmente improduttivo, che non potranno destinare ad altri scopi. La quota a carico del Cantone, che supera i 35 milioni di franchi, equivale grossomodo ad un pacchetto di sgravi fiscali. Ma il ragionamento può benissimo essere applicato ad altre possibili misure, a seconda delle preferenze. Il risanamento della cassa è sì imposto dalla legge federale (che però indica un obiettivo minimo dell’80%) e dal senso di responsabilità, ma di fatto occupa buona parte dei nuovi compiti di questo quadriennio, per il quale il Governo è riuscito a ritagliarsi margini di manovra ridotti.
Quella della Cassa pensioni è ormai una malattia cronica, che si è manifestata all’inizio degli anni Novanta, quando il grado di copertura è crollato dal 95% al 75%. Da allora si sono susseguiti numerosi interventi, alcuni dei quali molto incisivi (i dipendenti si sono visti aumentare i prelievi), allo scopo di stabilizzare e possibilmente migliorare il grado di copertura. Le riforme hanno funzionato per un po’, ma a partire dal 2001 lo stato di salute dell’istituto ha ripreso a peggiorare, fino al momento più nero, nel 2008, con il crollo borsistico che ha provocato una provvisoria contrazione del patrimonio.
Le cause del male sono essenzialmente tre. La prima è il rapporto sfavorevole fra il numero degli assicurati attivi e i pensionati. Nel 1991, a fronte di 10.747 assicurati attivi, i beneficiari di rendite erano 2.701. Nel 2012 il numero degli attivi è cresciuto a 14.365, mentre quello dei pensionati è aumentato, proporzionalmente, molto di più, attestandosi a 6.708. Secondo le stime, nel 2052, a risanamento ultimato, il rapporto dovrebbe essere quasi paritario: 17.417 assicurati e 16.211 pensionati, con tutto quello che questo comporta in termini di finanziamento delle prestazioni, sullo sfondo di un fenomeno che grava su tutti i sistemi pensionistici, come l’allungamento della speranza di vita. La seconda causa è da ricondurre alla redditività del patrimonio investito. Il Cantone punta sulla sicurezza dell’investimento, ma questo atteggiamento comprensibilmente prudente presenta dei limiti in termini di rendimento. La terza ragione riguarda le prestazioni, che essendo molto elevate incidono in modo importante sulla situazione finanziaria della cassa. In passato erano sufficienti trent’anni di contributi per andare in pensione con una rendita indicizzata calcolata sull’ultimo stipendio. In epoca più recente questo privilegio è stato attenuato: oggi occorrono quarant’anni di contributi e fa stato lo stipendio medio degli ultimi dieci. Ma per i dipendenti con maggiore anzianità di servizio è rimasta la regola dei trent’anni. Alla lunga il lusso si paga e con il rapporto sfavorevole contribuenti/pensionati il conto non ha tardato ad arrivare.
Il piano di risanamento prevede un nuovo piano previdenziale, con l’inaggirabile passaggio dal primato delle prestazioni a quello dei contributi, e sacrifici in particolare per i pensionati, che non si vedranno indicizzare la rendita fintanto che il costo della vita non sarà rincarato del 15%. V’è però da chiedersi, anche in considerazione dello sforzo supplementare a carico dei datori di lavoro, se sul fronte delle prestazioni non si poteva agire con maggiore incisività. La questione dell’età pensionabile, ad esempio, non è stata affrontata. I datori di lavoro inoltre continueranno ad assumersi, paritariamente con gli assicurati, il finanziamento del supplemento sostitutivo AVS, che consente di percepire le rendite di primo pilastro anche a chi va in pensione prima dei 65 anni. Affrontando il primo si sarebbe potuto intervenire anche sul secondo, con benefici aggiuntivi in termini di risanamento. Dove molto è stato fatto, ma qualcosa di più si poteva fare.

13.07.2012 - 06:00
Giovanni Galli
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