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Commenti CdT | Editoriale -  23 lug 2012 06:00

Guardatevi dalla gente «normale»

di CARLO SILINI - Quando, inevitabilmente, partono le considerazioni sugli autori di stragi (l’ultimo è quel James Holmes che venerdì ha ucciso 12 persone e ne ha ferite 59 in un cinema di Aurora in Colorado), il mantra è quasi sempre lo stesso: «Sembrava una persona normale».
Ma cosa significa? Anzitutto, definire il concetto di «normalità» è una sfida improba.
Vi sembra che lo stile di vita che conduciamo, tutto proteso alla produzione e all’accumulo e non al godimento dell’esistere, sia «normale»? Vi sembra che nessuno di noi sia esente da una qualche forma di stranezza? Fino a che punto un atteggiamento o un’idea che non sono consoni a quelli della maggioranza sono un’innocente bizzarria? Fino a che punto sono, invece, una prova inconfutabile di pazzia? E che cosa determina la «normalità» di un atto: la sua natura profonda, il contesto nel quale avviene, le norme vigenti, i costumi locali, l’intenzione di chi lo compie, lo sguardo di chi lo osserva…?
Senza contare l’ingenuità di chi crede di poter riconoscere a vista i moti interiori «malati» di una persona. Mica tutti i toccatelli si arrampicano sulle piante per gridare «voglio una donna», come nei film di Fellini.
Ma il vero problema è un altro: l’associazione spontanea che quasi tutti facciamo tra malattia o disturbo mentale e violenza. Certo, i pazzi pericolosi esistono.
Ma chi ha detto che la normalità ci metta al riparo dalle violenze più insensate e la pazzia sia sinonimo di pericolosità? Non è vero niente.
Holmes, narrano le cronache, era molto timido, solitario e forse pure un po’ maleducato («non rispondeva neppure a un ciao», borbottano su di lui i vicini), ma da lì a sospettare che sarebbe stato capace di un massacro ce ne correva.
Può anche darsi che le perizie psichiatriche giungano a dirci che il ventiquattrenne del Colorado sia un soggetto psicotico, una personalità schizofrenica (incapace, cioè, di cogliere la differenza tra reale e irreale) o che il suo è un tipico caso di alienazione mentale («il ragazzo – leggo sul sito medicina live.com – si sarebbe costruito una realtà alternativa più vicina ai suoi standard e la sparatoria avrebbe dovuto unire le due “realtà” in una più vicina al suo modo di intenderla e concepirla ossessivamente»).
Ma ammesso che si arrivi a stabilire con precisione sismografica la natura «malata» di Holmes, il suo esatto profilo psichico non basterebbe a dare una riposta ultima e definitiva al mistero del male che ha commesso.
Perché allora dovremmo concludere che tutti gli altri ragazzi che come lui sono timidi e solitari, più o meno schizofrenici o mentalmente alienati sono un pericolo per la società. «Bisogna evitare di pensare che a una strage del genere – ha osservato Roberto Brugnoli, psichiatra dell’università Sapienza di Roma – corrisponda per forza una malattia mentale. È un concetto rassicurante, ma che non corrisponde alla verità».
Insomma, anche se nel caso specifico potrebbe essere vero il contrario, in generale l’equazione «pazzo=pericoloso» è falsa. Le persone più temibili, di solito, sono assolutamente «normali». «Il guaio del caso Eichmann (uno dei maggiori responsabili operativi dello sterminio nazista degli ebrei, n.d.r.) – scriveva la filosofa tedesca Hannah Arendt – era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali».
Qualche anno fa si tenne nel Locarnese un convegno su media e psichiatria. Buona parte dei professionisti della psiche intervenuti si lamentava del fatto che spesso i giornali, dopo fatti di sangue efferati, chiedono agli psichiatri di spiegare il «perché» di simili tragedie. E concludevano che quella è una risposta che, in realtà, la loro categoria non è mai in grado di fornire. Gli uomini sono tutti «casi a sé», non macchine di serie, tutte uguali. Non sempre basta capirne il funzionamento psichico per spiegare i loro comportamenti «anomali».
È quindi illusorio pesare di dare una spiegazione «ultima» a stragi come quella di Utoya in Norvegia l’anno scorso o di Denver qualche giorno fa.
C’è, infatti, un mistero che trascende la psiche di qualsiasi essere umano e che nessun analista sarà mai in grado di spiegare con questa o quella eredità psichica: il mistero del male. La nostra razionalità, purtroppo o per fortuna, non è mai davvero in grado di coglierlo. Lasciamolo dire, ancora, ad Annah Arendt perché valeva allora, vale oggi e varrà sempre: «Quel che ora penso veramente è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso “sfida” come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”. Solo il bene è profondo e può essere radicale».

23.07.2012 - 06:00
Carlo Silini
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