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Commenti CdT | Editoriale -  7 ago 2012 05:05

Perché la Germania non ha torto

di LINO TERLIZZI - Con un singolare rovesciamento dei fatti, il Governo tedesco e la Bundesbank vengono indicati in buona parte d’Europa come i principali responsabili del prolungarsi della crisi dei debiti. Se si ascolta quanto molti dicono in Italia, in Spagna, in Grecia ed in altri Paesi, la Germania si rifiuterebbe in sostanza di allargare i cordoni della borsa o di farli allargare alla Banca centrale europea, rimanendo chiusa nel suo egoismo e venendo meno ai suoi doveri di solidarietà.
La realtà non è questa. Lo stesso premier italiano Monti, che peraltro sin qui ha contribuito non poco alle critiche a Berlino, si è accorto che si è andati oltre ed ha detto di temere ora l’ampiezza dei sentimenti antitedeschi. Nelle fasi di difficoltà la ricerca di un capro espiatorio registra accelerazioni. Lo sa bene anche la Svizzera, che in campo finanziario e fiscale è stata ed è spesso capro espiatorio a livello internazionale. È un meccanismo scorretto, che non risolve i problemi e che consente solo di scaricare su altri gran parte delle responsabilità, anche le proprie. Per la crisi dell’Eurozona, il capro espiatorio per molti ora è chiaramente la Germania. I fatti, che alla lunga sono più tenaci delle parole, indicano però un’altra realtà.
La crisi dell’Eurozona trae origine da due ondate negative: l’eccesso di debiti privati negli USA ed in alcuni Paesi europei, e l’eccesso di debiti pubblici nella stessa Eurozona, in particolare nei cosiddetti Paesi deboli. Si tratta di una doppia ondata che non sta mettendo in discussione solo la moneta unica europea, ma anche uno schema di crescita economica basata su enormi indebitamenti, in Europa ma anche negli USA e altrove. Si può criticare la Germania per avere in qualche caso sbagliato tempi e modi. Oppure per aver accettato negli anni scorsi, per una fase, un allentamento dei criteri sui deficit pubblici, questo sì. Ma non si può certo dire che la crisi tragga origine dalla Germania che, anzi, nononostante le difficoltà della riunificazione ha attuato riforme che molti altri non hanno fatto.
Ma la Germania viene appunto accusata di eccesso di rigore e di scarsa voglia di aiutare. In realtà, la Germania resta a tutt’oggi il principale pagatore in cifre assolute per quel che riguarda gli aiuti ai Paesi deboli dell’Eurozona. La linea di Berlino è questa: aiuti in cambio di misure di risanamento credibili. Francamente non si capisce cosa vi sia di sbagliato. Sta poi ai singoli Governi stabilire un percorso equo di risanamento dei conti pubblici. E non è neppure vero che le decisioni su salvataggi ed aiuti abbiano avuto tempi lunghi sempre e soltanto per responsabilità di Berlino. I Governi dei Paesi deboli spesso hanno cercato di tirare in lungo per ragioni politiche interne, non ammettendo che la situazione era compromessa e che occorreva in effetti trattare con la UE, con la BCE, con il Fondo monetario. E’ stato così per Irlanda, Portogallo, soprattutto Grecia. La Spagna dal canto suo ha affermato per mesi di non aver bisogno di aiuti ed ha poi chiesto in giugno un supporto per le sue banche ed ora sta discutendo di un aiuto più ampio.
Il rigore tedesco è una linea nell’interesse della Germania, questo è vero ed è anche naturale, ma anche della sopravvivenza dell’Eurozona e di un tentativo di crescita economica futura ben più solida. Senza l’avvio di una graduale riduzione della massa enorme di debiti, infatti, da un lato non si esce dall’emergenza sui mercati, dall’altro non si pongono le basi di una futura crescita più sana.
Quanto affermato da Monti sui tassi di interesse bassi sui titoli pubblici tedeschi «sovvenzionati» dai tassi alti sui titoli italiani, ebbene di nuovo evita il punto. I tassi tedeschi sono bassi grazie alla forza dell’economia tedesca ed alla credibilità di Berlino. Se l’Italia vuole tornare a tassi bassi, deve riconquistare la fiducia dei mercati con la riduzione del debito. Quando, come nel caso dell’Italia, si ha un debito pubblico pari al 123% del PIL, occorre continuare a fare i compiti a casa, agendo a questo punto soprattutto sul versante dei tagli alle spese pubbliche improduttive.
La coerenza nel rigore non significa peraltro che il Governo tedesco non abbia fatto compromessi, come dimostrano gli accordi presi nell’Unione europea e nell’Eurozona. Certo, Berlino sta cercando di far sì che la barra venga tenuta dritta. È una linea che viene indicata come quella del Governo di centrodestra della cancelliera Merkel. In realtà è una linea condivisa in Germania, un Governo tedesco socialdemocratico non farebbe qualcosa di sostanzialmente diverso su questo terreno. Basta andare a vedere i no agli eurobond e agli acquisti eccessivi di titoli pubblici dell’Eurozona, pronunciati da esponenti di spicco della SPD.
La stessa Bundesbank è molto salda, ma non chiusa ad accordi; ha bloccato l’inizio immediato di un nuovo piano di acquisti di titoli pubblici dei Paesi deboli da parte della BCE guidata da Mario Draghi, è vero. Ma con quest’ultima ha anche raggiunto un’intesa per un meccanismo che coinvolga i Fondi europei salva-Stati e che in sostanza, di nuovo, chieda garanzie di risanamento e riforme. Non si vedono grandi alternative alla linea tedesca. O meglio, l’alternativa c’è però ha già dato pessima prova: fare nuovi debiti per ottenere una crescita malferma e quindi riaprire la spirale negativa.
Se c’è una possibilità di tenere in piedi l’Eurozona nella sua conformazione attuale, ebbene questa passa dalla linea tedesca di riduzione effettiva dell’indebitamento. Se l’area euro si spaccasse o peggio ancora sparisse, la Svizzera si troverebbe a fare i conti con un franco ancora più forte e dunque con qualche problema in più per il suo export e per la sua economia. Senza dire poi dei problemi della Banca nazionale, che per tenere l’1,20 sull’euro ha dovuto acquistare moneta unica europea in grandi quantità. La BNS a fine giugno aveva 365 miliardi di franchi di riserve valutarie (ciò ne fa al momento la sesta potenza mondiale in riserve di divise), di cui il 60% in euro. Prima o poi la BNS dovrà vendere parte di questi euro. Se la moneta unica recuperasse terreno sul franco, i conti della Banca nazionale ne trarrebbero beneficio, ma se l’euro calasse o sparisse, sarebbero problemi. E’ dunque interesse di tutti, anche della Svizzera, che venga meno il meccanismo del capro espiatorio e che la linea della Germania possa affermarsi ed essere condivisa nell’Eurozona.

7.08.2012 - 05:05
Lino Terlizzi | Aggiornamento: 8 ago 2012 23:38
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