
di LINO TERLIZZI - Se qualcuno dovesse basarsi solo su quanto emerso in questi ultimi giorni in Germania per giudicare lo stato dell’arte del piano elvetico Rubik, ebbene ne dovrebbe ricavare l’impressione che questo piano è fallito, come in effetti alcuni dei suoi avversari si sono affrettati a dichiarare. Le cose, però, non stanno così. E per capire perché la realtà è diversa occorre inquadrare in un contesto più ampio le dichiarazioni di questi giorni e ricordare per intero il significato di Rubik.
Cominciamo con il dire che il fuoco di sbarramento di questi giorni, anche sull’onda della vicenda dei CD – veri o presunti – con dati sottratti a banche elvetiche, è stato attuato in Germania da una parte dell’opposizione socialdemocratica. È vero che si tratta di esponenti di Länder importanti, ma è anche vero che vi sono altri dirigenti socialdemocratici molto più cauti su Rubik. È vero che il Governo democristiano-liberale guidato da Angela Merkel ha la maggioranza in uno dei due rami del Parlamento (il Bundestag) e non nell’altro (il Bundesrat, dove predominano i Länder SPD), ma è anche vero che da mesi lo stesso Governo, con la regia del ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, sta tessendo dietro le quinte la tela dei rapporti con l’opposizione socialdemocratica su Rubik, usando soprattutto l’argomento economico, cioè le cifre rilevanti che con la concretizzazione del piano elvetico arriverebbero allo Stato e, anche, ai Länder germanici.
E qui siamo all’altro aspetto rilevante da considerare, quello appunto delle cifre da valutare, specie nel difficile contesto economico attuale. La proposta Rubik ha oneri, certo, ma anche vantaggi per entrambe le parti. Con il meccanismo dell’imposta liberatoria anonima, la Svizzera rinuncia ad una parte dei capitali gestiti non dichiarati, ma difende il segreto bancario ed evita lo stillicidio degli attacchi prolungati alla sua piazza finanziaria. La Germania e gli altri Paesi che sottoscrivono rinunciano di fatto alla richiesta dello scambio automatico di informazioni fiscali, ma vedono fissato il principio di un’imposizione fiscale seppur anonima e registrano entrate consistenti. Stime della piazza elvetica ufficiose ma attendibili indicano in 150-180 miliardi di franchi i capitali germanici non dichiarati gestiti ora in Svizzera. Calcolando per quel che concerne l’imposta una tantum sui capitali una media effettiva possibile al 25% (la forbice è 21-41%, ma c’è un intreccio di ammontare e di durata del deposito per il calcolo dell’aliquota) ebbene l’incasso per l’erario tedesco sarebbe di 37-45 miliardi di franchi, cioè di 30-37 miliardi di euro. A ciò bisogna poi aggiungere per il futuro l’imposta annuale sui redditi finanziari dei capitali citati, che nel caso della Germania è del 26,3%. Si può obiettare che non è detto che tutti i patrimoni tedeschi non dichiarati aderiscano a Rubik, ma anche calcolando un tasso di possibili mancate adesioni le cifre rimarrebbero con ogni probabilità di tutto rispetto.
Gran Bretagna e Austria, che hanno come la Germania firmato Rubik, tacciono e procedono. Londra e Vienna, che hanno cifre in campo minori rispetto a quelle tedesche ma pur sempre per loro consistenti, forse comprendono meglio le ragioni svizzere, certamente capiscono bene le proprie. In Italia il Governo Monti probabilmente attende anche l’esito del dibattito politico in Germania, ma intanto tratta con la Svizzera. È chiaro che un’aliquota una tantum del 25% sarebbe elevata per l’Italia, dove gli scudi fiscali sono arrivati al massimo al 7%. Di questo si discute, i giochi anche qui non sono fatti. Pure la Grecia, la cui situazione economica porta ad un ovvio interesse verso Rubik, vuole un accordo con la Svizzera. In Germania le nuove elezioni non sono molto lontane e le discussioni politiche inevitabilmente risentono di questo. L’entrata in vigore di Rubik è prevista per inizio 2013 ed il voto parlamentare su questo accordo fiscale a Berlino è previsto a fine novembre. Forse nelle prossime settimane ne sentiremo e vedremo ancora delle belle. Un conto però sono le uscite pre-elettorali e pre-voto parlamentare, un conto sono gli interessi politici ed economici di lungo periodo. Quanti affermano ora che Rubik è già fallito stanno commettendo un’imprudenza. Non è sicuro che Rubik passi a Berlino, ma non è nemmeno sicuro che non passi. Anzi, ragioni robuste militano ancora a favore dell’accordo.
In un contesto di questo tipo, poi, è appena il caso di osservare che sarebbe abbastanza paradossale che Rubik cadesse in Svizzera, magari attraverso un referendum. Questo piano non è la perfezione, ma ha per la Svizzera alcuni indubbi vantaggi nel quadro internazionale attuale. Se qualcuno vuole assumersi la responsabilità di far cadere Rubik, e resta tutto da vedere se ciò avverrà, ebbene sarebbe meglio che questo qualcuno non fosse la Svizzera. Ma sia al di qua sia al di là dei confini elvetici ci sono certamente ancora molti che vorrebbero evitare passi sbagliati.
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