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Commenti CdT | Editoriale -  25 ago 2012 06:01

Caro Boss, la tua fuga ora è finita

di TARCISIO BULLO - Anche se lui continua a professarsi innocente, adesso sappiamo che il Boss vinceva barando. Sappiamo? Non esattamente, se per «sapere» intendiamo avere la certezza – la prova provata – che Lance Armstrong per poter essere il migliore faceva ricorso al doping.
Accusato da parte dell’Agenzia statunitense antidoping (USADA) di far uso di epo, sulla base di testimonianze rese da alcuni suoi ex compagni di squadra, il sette volte vincitore del Tour de France si è semplicemente chiamato fuori dalla battaglia giudiziaria che lo vedeva coinvolto, affermando di averne abbastanza. «Nella vita arriva un momento in cui un uomo deve dire: quando è troppo è troppo. Questo momento per me è arrivato» ha dichiarato l’ex campione americano.
In questo modo, Armstrong ha sostanzialmente dichiarato di non volersi più opporre all’accusa di aver fatto ricorso per anni a sostanze proibite, cosa che gli sarebbe costata un capitale in energie e onorari in favore degli avvocati. Però, contrariamente a quanto ha fatto di recente il marciatore italiano Alex Schwazer, il ciclista non ha ammesso nessuna responsabilità, anzi continua a proclamare la sua innocenza, a vedere nelle accuse formulate a suo carico complotti e trame ordite da chi non gli vuol bene.
Probabilmente, quella di Armstrong è l’ennesima mossa astuta – e forse anche disperata – di un uomo incapace di ammettere le proprie colpe soprattutto per non rovinare la sua immagine, uscita ingigantita non soltanto grazie ai successi a ripetizione nella corsa a tappe più importante del mondo, ma anche da una battaglia vinta contro il cancro e dalla successiva creazione di una Fondazione che aiuta chi è colpito da questa malattia.
È verosimile che l’USADA abbia in mano prove schiaccianti contro Armstrong e lo accusi non solo sulla base di testimonianze precise raccolte fra chi lo frequentava in gara, ma anche di analisi effettuate su campioni del suo sangue.
Per l’ex ciclista, a questo punto, chiamarsi fuori dalla causa in corso costituiva il minore dei mali: negli Stati Uniti dichiarare il falso è un reato grave che può portare persino in prigione e vedere un Armstrong dietro le sbarre sarebbe stato peggio che vederlo privato dei titoli vinti in carriera. La partita però non è ancora finita: se l’antidoping americano ha già deciso di cancellare i successi di Armstrong e di impedirgli di gareggiare ancora nel ciclismo (Lance dopo il suo ritorno alle due ruote del 2009 è nel frattempo diventato triathleta), l’Unione ciclistica internazionale (UCI) prima di prendere provvedimenti a carico dell’atleta vuole le prove che l’americano ha infranto le regole. Quelle stesse prove, peraltro, che l’USADA ha sempre evitato di mettere nelle mani dei signori che governano il ciclismo mondiale, convinti, gli americani, che l’UCI abbia a lungo protetto Armstrong pur sapendo delle pratiche irregolari alle quali si sottoponeva. Del resto, di tutta una serie di ciclisti che hanno dominato la scena dal 1999 a metà degli anni Duemila, Lance Armstrong è rimasto l’ultimo a finire nella rete dell’antidoping. Tutti gli altri sono stati invece presi come ladri di polli, dal nostro Zülle al tedesco Ullrich, dallo spagnolo Beloki all’italiano Basso, passando per l’altro tedesco Klöden, per non dire di Contador e Landis.
Nemmeno volendo rifare le classifiche del Tour e premiare chi si è piazzato alle spalle dell’americano, insomma, si andrebbe sul sicuro, anche perché – come affermano i difensori della tesi buonista e che si potrebbe sintetizzare in un «così facevan tutti» – la pratica del doping nel ciclismo all’epoca in cui trionfava Armstrong era comune a tutto il gruppo, o quanto meno a quelli che stavano davanti.
A che pro dunque, si chiede qualcuno, dare la caccia ad Armstrong ad anni di distanza? Semplicemente, per coltivare un minimo senso di giustizia e mettere sull’attenti quelli che oggi praticano il ciclismo, sport magnifico e maledetto, purtroppo frequentato da una serie di personaggi che da quel mondo non possono distanziarsi perché traggono guadagni importanti. In questo senso, ex campioni come Gimondi o Merckx, che ieri hanno qualificato come «ingiusto» o inappropriato il procedimento attuato nei confronti di Armstrong, non fanno onore al loro nome e anzi fanno un po’ pena.
Il ciclista americano ha goduto a lungo di protezione e di impunità perché con la sua presenza allargava i confini del mondo delle due ruote, che per la prima volta raggiungevano gli USA, col loro mercato sterminato sia a livello di possibilità di vendere biciclette, sia di sponsorizzazioni.
Adesso che il Boss è caduto di sella, che un altro mito del martoriato ciclismo è crollato, sarebbe lecito aspettarsi che chi pedala in gruppo lo faccia in maniera pulita: il passaporto biologico in questo senso costituisce un aiuto importante, ma forse non ancora una garanzia che questo sport abbia definitivamente messo al bando certe pratiche che, per quanto condivise, restano un affronto allo spirito sportivo.

25.08.2012 - 06:01
Tarcisio Bullo
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