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Commenti CdT | Editoriale -  27 ago 2012 06:07

Il fantasma dell'Ospedale Cantonale

di GIANCARLO DILLENA - Un fantasma torna ad aggirarsi per il Ticino. È il fantasma dell’Ospedale Cantonale. Allarma gli apparati delle odierne strutture regionali; preoccupa più d’una lobby locale legata agli interessi dei nosocomi esistenti; inquieta coloro che da sempre paventano come la peggiore delle sciagure possibili per il cantone una «preminenza» del Luganese (e non solo in ambito ospedaliero).
Queste ansie vengono da lontano. Sono intimamente connesse con la storia di questo Paese, con le sue ataviche paure e diffidenze, con una visione di sé stesso e dei suoi problemi sovente chiusa in una dimensione autoreferenziale e in un orizzonte ristretto. E non è un caso che esse emergano in modo particolarmente pronunciato quando si parla di ospedali. Perché essi rappresentano una struttura essenziale per la collettività. Ma anche perché hanno una rilevanza economica tutt’altro che secondaria; perché rappresentano un’opportunità di carriera e di affermazione per chi vi svolge un ruolo di rilievo; perché la difesa del proprio nosocomio contro i sempre paventati disegni di «smantellamento» pilotati dall’esterno costituisce da sempre un ottimo argomento da cavalcare per i politici locali.
Il tutto secondo una logica che obbedisce a riconoscibili – e in parte comprensibili – interessi a breve. Ma anche a una visione «distributiva» dello sviluppo d’insieme del Paese, secondo la quale esso deve innanzitutto garantire un’«equa» e costante assegnazione di uffici, scuole, servizi, ospedali ecc. a ogni regione. Se possibile dando tutto a tutti; se no a ciascuno qualche cosa, all’insegna magari di una frammentazione irrazionale e onerosa, ma destinata in primis a tacitare le rivendicazioni locali e attenuare la frustrazione di chi si sente la «Cenerentola» di turno. Una propensione diffusa, che potrebbe essere lo stimolo ad una costruttiva volontà di riscatto. Ma che il più delle volte si esprime non solo in una rancorosa ostilità verso chi gode di una migliore posizione, ma anche in ulteriori tensioni e rivalità fra le stesse componenti locali (vedi il travagliato dossier delle aggregazioni intercomunali). Ciò si spiega forse con un’atavica matrice contadina, condizionata dalla povertà e propensa a diffidare di tutti e di tutto ciò che non si traduce in qualche soldone da mettere in tasca subito.
Certo è che questa mentalità costituisce una pesante zavorra, soprattutto quando si tratta di raccogliere sfide cruciali nell’interesse dell’insieme della popolazione ticinese. Sfide che non devono e non possono essere ricondotte alle solite logiche chiuse delle rivalità locali e regionali, ma vanno collocate nella loro effettiva dimensione. Quella del futuro assetto ospedaliero è sicuramente fra queste. La concentrazione delle specialità di punta, così da garantire in modo razionale il miglior supporto tecnologico possibile, un più efficiente lavoro di staff e il trattamento di una casistica estesa, tale da supportare con un’adeguata esperienza l’efficacia degli interventi, sono esigenze oggettive e largamente riconosciute ai nostri giorni. Continuare a ragionare per nicchie, in un sistema che fa del decentramento la prima preocupazione, equivale a camminare guardando all’indietro invece che avanti. Facendone poi pagare la fattura a tutta la popolazione, in termini di dispersione di risorse ma anche e soprattutto di minor qualità complessiva delle cure.
Inoltre il disegno di una nuova piramide ospedaliera – che non significa certo lasciare sguarnite le aree che non corrispondono al vertice – va direttamente collegato al tema della formazione dei futuri medici. Un problema nazionale (quindi anche ticinese) cui l’Università della Svizzera italiana sta preparandosi a dare un contributo sostanziale, in collaborazione con i centri d’Oltralpe. Ma che, per raggiungere i risultati che si prefigge, deve potersi appoggiare a una solida struttura ospedaliera di alto livello, tale da garantire le migliori condizioni per la parte clinica della formazione.
In questo contesto per il Ticino lasciarsi risucchiare ancora una volta nello sterile gioco degli antagonismi regionali (e personali) potrebbe avere un prezzo assai alto, sotto forma di esclusione dal processo di sviluppo del sistema svizzero. Un passo indietro che ci riporterebbe davvero ai tempi in cui varcare le Alpi era sovente l’unica opzione ragionevole per molti pazienti, confrontati con l’offerta di ospedali sì vicini a casa, ma con dei limiti inevitabili, a volte preoccupanti. La risposta a questo rischio non sta, come sembra sostenere qualcuno, nel difendere di volta in volta singoli baluardi. Sta nel guardare oltre il giardino (e il portafogli) di casa, verso un orizzonte di qualità che può scaturire solo da una razionale e ragionata concentrazione degli sforzi. 

27.08.2012 - 06:07
Giancarlo Dillena
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