

di GIANNI RIGHINETTI- Nella seduta di domani il Consiglio di Stato riprenderà in mano il dossier sul Preventivo 2013 a 48 giorni dall’ultimo termine utile per la presentazione dei conti dell’anno a venire. La bozza di metà luglio presenta una situazione da profondo rosso, con un deficit di 340 milioni di franchi, e l’impellente necessità di rientrare il più possibile. Le cifre della manovra sono state anticipate dal Corriere del Ticino mercoledì scorso: l’obiettivo è un disavanzo massimo di 200 milioni, non tanto per fare cifra tonda, ma per scongiurare una ricaduta in una situazione di autofinanziamento negativo ed evitare al Cantone di indebitarsi anche per finanziare spese di gestione corrente e non solo investimenti. Stipendi dell’amministrazione compresi. Si tratta pertanto di trovare 140 milioni: una ventina verrà chiesta ai Comuni, 5 recuperati tramite la rinuncia o il differimento di nuovi compiti fissati nelle Linee direttive e Piano finanziario 2012-2015 e 10 milioni tramite la riduzione dei costi del personale (blocco degli stipendi, contributo di risanamento da addebitare direttamente ai dipendenti dell’amministrazione).
La fetta maggiore alla voce risparmi è chiamato a tagliarla il Governo nei suoi cinque Dipartimenti: si tratta di 105 milioni di franchi da ripartire così: 45 milioni sono stati assegnati a Paolo Beltraminelli (DSS), 20 a testa a Manuele Bertoli (DECS) e Norman Gobbi (DI), 10 milioni a Marco Borradori (DT) e 7,5 milioni al DFE di Laura Sadis, che aveva attribuito ai colleghi i compiti per l’estate sul finire della riunione del 10 luglio. In realtà, fino alla scorsa settimana i milioni racimolati erano una cinquantina, una cifra che allontana già in partenza il Cantone dell’obiettivo minimo.
Va poi detto che mentre i capi dei Dipartimenti faticano enormemente a fare quadrare i conti, il ribaltamento di nuovi oneri dal Cantone ai Comuni non è che l’ennesimo tentativo di effettuare una mossa che già in passato aveva creato tensioni e che lo scorso anno era letteralmente fallita.
Anche in vista del 2013 c’è chi è già pronto a sdraiarsi sui binari: non è un mistero che Lugano non abbia nessuna intenzione di versare altri soldi nella casse del Cantone dato che da anni rivendica una soluzione diversa per il già oneroso contributo dovuto sulla base della Legge sulla perequazione che oggi sfiora i 30 milioni di franchi. Tra i due livelli istituzionali da anni c’è una situazione di muro contro muro, stemperata solo da alcune apparizioni di facciata. Le parti, puntualmente, si promettono vicendevolmente di trovare un accordo. Manifestano l’intenzione di fissare incontri ed istituire tavoli di lavoro. Ma poi quelle parole, magari suggellate da una vigorosa stretta di mano a beneficio dei fotografi, vengono dimenticate in fretta perché c’è sempre un orticello dal coltivare.
Insomma, una volta ancora per il Consiglio di Stato quello alle porte sarà un settembre caldo. La domanda che ricorre ogni anno è la stessa: possibile che ci si debba sempre muovere all’ultimo minuto? E perché si continua a tollerare che il deficit teorico che si ricava dalla somma degli infiniti (ed onerosi) desideri degli alti funzionari dei singoli Dipartimenti costringa i politici al fronte a complesse operazioni di rientro? È l’Amministrazione ad essere estremamente potente o sono i cinque consiglieri un po’ deboli? Da anni sembra di assistere al medesimo film. Cambiano gli attori, ma il copione è sempre lo stesso. Fino a quando il Consiglio di Stato sarà disposto a farsi dettare la politica dagli alti funzionari?
È un interrogativo provocatorio, ma la realtà è che non si è mai visto un membro dell’Esecutivo uscire allo scoperto per dire che nel suo Dipartimento la spesa va assolutamente ridotta. Forse perché sarebbe un comportamento contro natura, forse perché tutti ritengono che risparmiare sia cosa buona e giusta, ma ad iniziare e a dare il buon esempio deve essere sempre un altro Dipartimento.
Va riconosciuto che sul fronte della spesa il Governo è tenuto a non deragliare dai binari di alcuni standard dettati dalle leggi federali. Va pure riconosciuto che il Parlamento, almeno nove volte su dieci, non aiuta l’Esecutivo nella difficile operazione di contenere la spesa. Anzi, è proprio a livello di Gran Consiglio che emergono le più crasse contraddizioni della politica cantonticinese. La maggior parte dei partiti bacchetta l’Esecutivo perché i conti non tornano, ma nello stesso tempo i loro rappresentanti in Parlamento avanzano proposte che tendono solo ad aumentare la spesa. Un metodo che rende praticamente perenne l’aggravio sui conti del Cantone.
Sta di fatto che fare unicamente la metà dei compiti come è accaduto questa estate, solo perché sarebbe inutile faticare per tagliare se poi a dicembre in sede di esame parlamentare tutto rischia di venire cancellato con un colpo di spugna o perché da anni dalle cifre rosse del preventivo si passa a quelle nere del consuntivo, non fa altro che alimentare il deficit di credibilità dei politici.
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