
di LINO TERLIZZI - Mettendo in fila tutto ciò che è successo negli ultimi due anni e mezzo in tema di crisi finanziaria e di crisi dei debiti in Europa, non c’è tanto da stupirsi che l’euro abbia serie difficoltà, quanto semmai del contrario e cioè che la moneta unica europea esista ancora e che, addirittura, si mantenga robusta in rapporto al dollaro americano. In questi giorni l’euro viaggia attorno a quota 1,25 dollari. Quando iniziò il suo viaggio, la moneta unica europea era a 1,16 dollari. Tra il 2000 ed il 2001 ha toccato i minimi, poco sopra quota 0,80. Di lì in poi ha cominciato una risalita che l’ha portata nel 2008 ad un massimo attorno a 1,60. Nella crisi dell’ultimo triennio l’euro è calato in modo considerevole rispetto a questo massimo, è vero. Ma non è sceso, se non per un brevissimo tratto, sotto gli 1,20 dollari. Eppure, molti analisti avevano previsto una caduta ad un rapporto di 1/1 sul dollaro, alcuni anche di 0,90 o 0,80. Si può obiettare che l’euro è sceso parecchio su valute come il franco svizzero o la corona norvegese, ma a questa obiezione si può rispondere che queste monete rifugio, il franco anzitutto, hanno guadagnato molto su tutte le valute principali, non solo sull’euro. Si può anche obiettare che il dollaro è debole di suo, ma a quest’altra obiezione si può rispondere che la crisi dei debiti ed il rallentamento economico negli ultimi due anni si sono scaricati soprattutto sull’Eurozona e che quindi sul versante valutario l’euro avrebbe dovuto esser colpito ben più duramente del dollaro.
Insomma, la realtà dei cambi ci dice che la moneta unica europea ha subito colpi ma ha resistito sin qui nel complesso al di sopra delle aspettative. E allora diventa importante tentare di capire le ragioni di questa resistenza, anche per cercare di individuare le prospettive possibili per l’euro stesso. Le ragioni principali che hanno scavato sinora questa trincea di difesa sono due. Una è di ordine mondiale ed ha a che vedere con gli equilibri valutari globali. L’altra è interna all’Eurozona ed ha a che vedere con gli interessi ed il ruolo della Germania.
Spesso non si prende sufficientemente in considerazione il fatto che una parte considerevole dell’economia mondiale non vuole ricadere in una situazione di predominio quasi assoluto del dollaro USA per quel che riguarda scambi e pagamenti. Non soltanto una parte non secondaria dell’Europa, ma anche molti Paesi emergenti ritengono che un quadro mondiale di più valute di peso sia vantaggioso sia dal punto di vista economico sia da quello politico. Il fatto che molte banche centrali abbiano diversificato le loro riserve valutarie, calcolando una quota non indifferente in euro, già mostra questa tendenza. D’altro canto alcuni grandi Paesi emergenti, Cina compresa, non hanno fatto mistero di aver comprato euro anche durante le recenti tempeste sull’Eurozona, affiancando la moneta unica ai molti dollari già detenuti. L’euro è stato sin qui sostenuto da molte banche centrali e da molti fondi sovrani.
Questi interventi sarebbero stati d’altro canto meno convinti se non vi fosse stato il fattore Germania. Quest’ultima non soltanto non ha lasciato l’euro, come una parte degli analisti aveva invece pronosticato già a fine 2010, ma sta cercando ancora di salvare l’Eurozona e di porre le basi per politiche economiche più rigorose nell’area della moneta unica. I Paesi, sviluppati o emergenti, che sono interessati ad evitare il monopolio del dollaro vedono ovviamente nella Germania il punto di riferimento principale per la sopravvivenza dell’euro. In effetti, al di là di dubbi, incertezze, divisioni interne che sono peraltro normali in un sistema democratico, Berlino è riuscita sin qui ad affermare di fatto due concetti chiari: la crisi dell’euro è in larga misura collegata alla crisi dei debiti pubblici; gli aiuti ai Paesi dell’Eurozona in difficoltà devono quindi essere legati a piani credibili di risanamento dei conti pubblici. Nella visione che la Germania sostiene, è implicito che questo risanamento sia un presupposto per ritrovare una crescita economica sana, oltre che per salvare l’euro. È chiaro che la Germania punta a mantenere la moneta unica non soltanto per questioni di leadership europea, ma anche per difendere i suoi interessi. Berlino vuole evitare il costo economico di un’implosione dell’euro e, soprattutto, non vuole ritornare a un quadro di monete deboli europee che attraverso svalutazioni competitive fanno concorrenza «sleale» al suo export.
Ce la farà la Germania? L’esito non è scontato. La battaglia richiede tempo ed i mercati non sono ancora tranquilli, attendono altri segnali. Intanto, però, registriamo che la scomparsa della moneta unica sin qui non c’è stata. Una scomparsa che anche la Svizzera deve sperare che non avvenga, considerando gli effetti che avrebbe sul franco. In quel caso, altro che soglia di 1,20 franchi sull’euro. La valuta elvetica rischierebbe di rafforzarsi davvero troppo. Meglio sperare che la linea tedesca si affermi.
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