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Commenti CdT | Editoriale -  5 dic 2012 05:43

L'Euro, la Merkel e Atene

di LINO TERLIZZI - Sarà per via di sondaggi che mostrano una risalita della sua popolarità in patria, sarà perché i fatti concreti alla fine superano i pregiudizi sulle persone e sulle idee, fatto sta che sulla cancelliera tedesca Angela Merkel e sul Governo di Berlino ora in Europa e altrove non si rovescia più la stessa valanga di critiche registrata nei mesi scorsi al riguardo della gestione della crisi dei debiti. Rimangono certamente posizioni di dissenso nei confronti della Germania e della sua linea del rigore, è vero, ma in questa fase non c’è più il fuoco concentrico visto in precedenza. Qui e là, anche tra i più critici, compaiono valutazioni positive sulla capacità del Governo di Berlino di fare compromessi, pur senza abbandonare le sue posizioni di fondo, e quindi su alcuni spiragli che si sono aperti nella pur complicata crisi dell’area dell’euro. Ed è vero che a Berlino, soprattutto la cancelliera Merkel ed il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, hanno saputo fare alcuni compromessi nell’Eurozona e nella UE. Ma se tutti avessero osservato e ascoltato meglio sin dall’inizio la linea del Governo tedesco sulla crisi dei debiti, ebbene si sarebbero accorti che in realtà la cosiddetta linea Merkel da un lato si basava su una strategia chiara nei contenuti, dall’altro però non escludeva passaggi intermedi per arrivare agli obiettivi di fondo. Ci sono stati talvolta errori ed incertezze nei tempi e nei modi, ma questa era l’impostazione.
La strategia si basava e si basa su due punti principali: mantenere l’euro nella conformazione più ampia possibile, perseguire il risanamento dei conti pubblici ed attuare riforme economiche in tutti i Paesi dell’area super indebitati, non solo per tenere in piedi la moneta unica ma anche per riaprire la strada della crescita economica. Si può condividere oppure no questa strategia, ma di questo si tratta. Per la Germania l’uscita dall’euro è sempre stata un’idea di riserva, da ultima spiaggia. La scelta di fondo è sempre stata quella di tenere l’euro. Coloro i quali già da fine 2010 hanno scommesso sull’uscita di Berlino, ebbene per il terzo anno consecutivo si accingono a perdere la scommessa. Il secondo punto principale, quello della linea del rigore come presupposto necessario per il superamento della crisi e per l’approdo ad una crescita economica più solida, è un punto di riferimento che si sta facendo strada in Europa, seppure con fatica e contraddizioni.
Ma questa linea, appunto, non ha mai escluso compromessi in un cammino non breve. Facciamo due esempi. Sulla possibilità di acquisti illimitati di titoli pubblici di Paesi euro in difficoltà, voluta dal presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, Berlino ha detto alla fine sì, ponendo però il vincolo dell’esistenza di piani di risanamento credibili. Merkel e Schäuble hanno dovuto mettere nel conto l’opposizione della stessa Bundesbank tedesca, meno incline al compromesso, ma hanno condotto in porto l’operazione con pragmatismo. Altro esempio. I tempi più lunghi accordati alla Grecia per il suo piano di risanamento possono giustamente far storcere il naso a quanti credono nella linea del rigore, ma mostrano ancora una volta come la Germania, al contrario di quanto scritto e detto da molti, non è cieca e sorda, piuttosto vuole fare compromessi quando emergono impegni seri, non prima.
La crisi dei debiti, e dentro questa la crisi dell’Eurozona, non sono risolte. Ci vorrà tempo. Ma se l’euro nonostante tutto è ancora in piedi e se vi sono alcuni pur deboli spiragli sui mercati e nei Paesi super indebitati, ebbene ciò è dovuto anche e soprattutto alla linea della Germania. È chiaro che Berlino fa tutto questo non solo per i valori europeisti in cui crede, ma anche per convenienza economica. Non è tanto per l’evocata esposizione delle sue banche nei confronti dei Paesi deboli dell’Eurozona, esposizione che nel frattempo è mutata, quanto piuttosto per garantire la scomparsa, con l’euro, di quelle svalutazioni competitive delle monete deboli che per lungo tempo hanno danneggiato l’export germanico. Ma il fatto che ci sia anche un versante economico fa parte delle regole del gioco e di per sé non annulla la validità di una linea che è fatta di politica ma non solo.
Come già sottolineato piu volte su queste colonne, è interesse anche della Svizzera che la linea della Germania si affermi nell’Eurozona. L’esplosione dell’euro non porterebbe grandi vantaggi ad una Svizzera che deve fare i conti con un franco che è già molto forte. Il mantenimento della soglia di cambio euro/franco a 1,20 da parte della Banca nazionale diventerebbe ancora più problematico. E le esportazioni, con un franco ancora più forte, soffrirebbero maggiormente. Se in Europa qualcuno in più si accorgerà della validità della linea tedesca, sarà un bene anche per la Svizzera.

5.12.2012 - 05:43
Lino Terlizzi
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