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Commenti CdT | Editoriale - 2 lug 2009 05:01

Iraq , l'Eldorado parte a stento

L'insicurezza scoraggia le compagnie petrolifere estere

di GERARDO MORINA - Il 30 giugno è stata una data simbolica per l’Iraq. Nello stesso giorno in cui le truppe USA hanno completato il ritiro dalle città del Paese, attraverso un’asta tenutasi a Baghdad il Governo iracheno ha aperto alle compagnie straniere i pozzi di greggio dopo 37 anni di nazionalizzazione. In palio è un vero e proprio tesoro. L’Iraq, infatti, non solo possiede enormi riserve petrolifere che lo pongono attualmente al terzo posto dopo Arabia Saudita e Iran. Ma il futuro si presenta potenzialmente ancora più promettente, dal momento che si tratta di un Paese produttore ancora vergine, essendo il meno esplorato del pianeta. Gli analisti parlano pertanto di potenzialità inimmaginabili. Una volta che vengano applicate tecniche di estrazione moderne (quelle attuali sono in gran parte arretrate), la ricchezza del sottosuolo potrebbe offrire un quarto delle riserve petrolifere mondiali. Non a caso il primo ministro iracheno Nouri al Maliki, che ne fa per l’Iraq una prova inconfutabile di raggiunta sovranità, ha detto che l’Iraq «galleggia su un lago di petrolio». Tuttavia, il suo invito rivolto alle compagnie straniere a partecipare all’asta ha avuto scarse rispondenze. Alla base di tale parziale insuccesso vi sono motivi finanziari ma anche politici. Se da una parte le aziende petrolifere considerano infatti troppo basso il prezzo minimo che il Governo iracheno ha fissato per ogni barile prodotto, dall’altra i malumori di Baghdad sono alimentati sia dal timore dell’industria petrolifera irachena di investimenti stranieri troppo scarsi sia dall’opposizione di più partiti in Parlamento che vorrebbero una maggior voce in capitolo per fare approvare i singoli accordi attraverso votazioni pubbliche dell’Assemblea. In più si aggiunge la tensione tra Baghdad e il Kurdistan dove i curdi, nella loro ansia di autonomia, hanno già stretto accordi petroliferi bilaterali con le compagnie straniere, rifiutandosi così di adeguarsi all’asta nazionale.
Ma il motivo di fondo che sta rendendo difficile per l’Iraq il varo del suo Eldorado è il fatto che le compagnie petrolifere straniere considerano ancora la realtà irachena troppo insicura e instabile per lanciarsi in investimenti a lungo termine, preferendo semmai, più cautamente, la formula delle joint ventures. È il caso del partenariato, l’unico di rilievo, stretto in sede di asta tra la britannica BP e la China National Petroleum Corporation (CNPC) per lo sfruttamento dei vasti pozzi petroliferi di Rumalia nel sud dell’Iraq. Tra le due compagnie la più convinta e decisa è sicuramente la seconda, fatto che dimostra la sempre più inestinguibile sete di petrolio da parte cinese. Fino ai primi anni Novanta la Cina si presentava come un Paese essenzialmente esportatore di oro nero grazie ai suoi vecchi pozzi situati nel nord-est del Paese. Ma da allora in poi il Paese ha visto un’impennata del consumo interno di petrolio, dovuto in parte al boom economico e in parte al numero crescente di automobili vendute, un mercato che ha ormai superato quello degli Stati Uniti. Nel contempo, la Cina ha assistito ad un netto rallentamento della sua produzione petrolifera, essendosi ormai prosciugati i pozzi di vecchia data, non più sostituiti da un numero corrispondente di nuovi. La conseguenza è stata che nonostante lo scorso anno la Cina abbia prodotto 3,8 milioni di barili al giorno rispetto ai 3,3 milioni del 2001, il traguardo è tuttora insufficiente, dal momento che rende comunque il Paese dipendente dalle importazioni per una buona metà delle sue necessità petrolifere. E soprattutto pronto a cogliere, più prontamente di altri, ogni possibilità di stringere accordi con un Paese promettente come l’Iraq, ancora prima che possa riscontrare i segni di una costante stabilità.

2.07.2009 - 05:01
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